La minaccia di un gruppo di giovani e giovanissimi di mettere la città di Como letteralmente a ferro e fuoco sabato prossimo, 24 ottobre sta letteralmente scatenando ansie, discussioni e prese di posizione.
Una realtà dalle mille sfaccettature, dopo i gravissimi fatti di Miano, che oggi si arricchisce di un nuovo appello. A intervenire sono, sul fronte della Lega, i Giovani Cumasch. Ecco la loro idea:
C’è una generazione che sceglie di costruire, non distruggere. In questi ultimi giorni stiamo assistendo a immagini che non vorremmo mai vedere: da Torino a Bologna, fino a Milano messa a ferro e fuoco, con vetrine sfasciate e aggressioni inaccettabili alle Forze dell’Ordine.
Di fronte a questo caos, c’è chi cerca di giustificare la violenza parlando di “disagio giovanile” e di problema sociale da affrontare. La realtà è che in questi giorni abbiamo visto delinquenti, criminali e terroristi che avevano come unico scopo distruggere tutto. Un insieme di soggetti, prevalentemente minorenni di seconda e terza generazione, che odiano il nostro modo di vivere, la nostra libertà e vogliono solo portare il caos.
Si credono rivoluzionari, ma sono solo dei delinquenti. Siamo giovani anche noi. Viviamo le stesse incertezze per il futuro, studiamo, lavoriamo, affrontiamo i sacrifici e le sfide di tutti i giorni. Anche per noi il futuro non è semplice, ma siamo pronti ad affrontarlo a testa alta.
C’è però una differenza sostanziale: noi amiamo il nostro territorio. Siamo consapevoli delle difficoltà, ma rispettiamo la nostra comunità e la nostra città, in cui vogliamo vivere, fare impresa e lavorare. Chi lancia un sasso contro una divisa non è un eroe ribelle, è un delinquente. Chi vuole devastare il centro della nostra Como o le piazze italiane non sta lottando per un futuro migliore, lo sta distruggendo. Non c’è nessun ideale dietro un volto coperto e una vetrina spaccata, c’è solo l’incapacità di vivere in un Paese civile e il disprezzo per il lavoro altrui. Noi crediamo in un futuro diverso.
Non ci rassegniamo a chi ci vorrebbe complici o spettatori silenziosi del degrado. A chi sceglie il caos e la devastazione, noi contrapponiamo la forza delle idee e dell’attaccamento alle nostre radici. Ed è ora che la nostra voce, quella di chi ogni mattina si rimbocca le maniche, copra finalmente le urla di chi sa solo distruggere.
“Questa lettera – dichiara Paolo Muttoni (Coordinatore della Lega Giovani Cumasch) – nasce per dare voce alla stragrande maggioranza dei ragazzi che amano il proprio territorio e non si riconoscono nelle devastazioni di questi giorni. È un documento aperto a tutti: invitiamo le componenti giovanili degli altri partiti, le parti sociali, i giovani imprenditori e tutti i ragazzi della nostra provincia a sottoscriverlo per dare un segnale forte. Mi lascia perciò basito leggere il comunicato dei Giovani Democratici di Como, in cui si chiede ancora di ‘capire il disagio’. Gli alibi sono finiti. La nostra generazione fa sacrifici enormi ogni giorno, ma li affronta lavorando e studiando a testa alta. Chi sfascia le vetrine e aggredisce le Forze dell’Ordine non è un ragazzo in difficoltà da comprendere, ma semplicemente un criminale da fermare. Io a Milano non ho visto disagio. Ho visto solo orde di criminali.”
Deciso anche l’intervento di Daniele Valsecchi, segretario cittadino PD Como:
Le notizie che stanno circolando in relazione alle possibili manifestazioni previste per sabato 24 ottobre a Como destano preoccupazione e richiedono attenzione e senso di responsabilità da parte di tutti.
CGIL Como e CISL dei Laghi condannano con fermezza ogni forma di violenza, intimidazione e danneggiamento. Quanto accaduto nei giorni scorsi a Milano è grave e inaccettabile. Esprimiamo solidarietà agli appartenenti alle forze dell’ordine rimasti feriti, alle lavoratrici e ai lavoratori, agli operatori economici e a tutte le persone che hanno subito le conseguenze degli scontri.
La grande maggioranza delle persone che scende in piazza lo fa pacificamente. Le azioni di pochi non possono oscurare le ragioni della mobilitazione né mettere in discussione il diritto costituzionale di manifestare.
Per quanto riguarda Como, i messaggi che circolano nelle chat devono essere presi sul serio, ma spetta alle autorità competenti verificarne l’attendibilità e valutare gli eventuali rischi. Comprendiamo le preoccupazioni dei cittadini e dei commercianti, ma è importante evitare di alimentare ulteriori tensioni e contrapposizioni.
La gestione dell’ordine pubblico è responsabilità delle istituzioni e delle forze dell’ordine, che devono essere messe nelle condizioni di svolgere il proprio lavoro, con organici e risorse adeguati. È importante che le legittime preoccupazioni trovino risposta attraverso l’azione delle autorità competenti, evitando iniziative che possano complicare la situazione. La priorità è che nessuno si faccia male, tra chi manifesta, tra gli operatori di polizia e tra i cittadini, garantendo al tempo stesso il pieno esercizio delle libertà democratiche.
Siamo convinti che le ragazze e i ragazzi sapranno far valere le proprie ragioni attraverso la partecipazione e il confronto, senza lasciare spazio alla violenza. Quando si mobilitano per riprendersi il proprio futuro, hanno il sostegno di chi crede che quel futuro appartenga prima di tutto a loro. Lo scontro e la distruzione non risolvono i problemi, ma rischiano di mettere in secondo piano le richieste di cambiamento. Per questo riteniamo importante garantire spazi di ascolto e dialogo. Anche il sindacato, come luogo di confronto democratico, è disponibile a dare il proprio contributo, nel rispetto della loro autonomia.
La sicurezza e il rispetto delle regole devono essere garantiti insieme alle libertà democratiche. È altrettanto importante ascoltare i giovani, comprendere le ragioni del loro disagio e offrire opportunità concrete di partecipazione, lavoro e futuro.
Come organizzazioni sindacali richiamiamo tutti a un comune senso di responsabilità. Non servono contrapposizioni o strumentalizzazioni, ma la volontà di affrontare i problemi, tutelando le persone, i loro diritti e le libertà democratiche.
Comprendere non significa giustificare, ma assumersi la responsabilità di andare oltre la superficie degli eventi. Oggi i modelli vincenti dicono che i risultati si ottengono con la violenza, il sopruso, la prevaricazione. Che tutto è consentito, compreso il genocidio di un popolo che l’Occidente non è stato capace di fermare né di condannare con la necessaria determinazione. La violazione del diritto e dei diritti è diventata uno strumento ordinario per raggiungere un obiettivo.
Come possiamo pretendere che chi sta in fondo alla scala sociale rispetti diritti e proprietà privata, quando chi occupa i vertici del potere li calpesta? Non è violenza tagliare risorse a istruzione, sanità e protezione sociale per finanziare il riarmo? Non lo è il ricatto occupazionale che permette di fare profitti avvelenando territori, o reprimere gli spazi di protesta contro un genocidio, uno sfratto o l’inazione climatica?
La violenza non comincia quando parte una pietra. Esiste anche quella che priva le persone di diritti, sicurezza materiale e possibilità di scegliere il proprio futuro.
Ragionare di questo non rende meno gravi gli scontri, la distruzione di beni e gli attacchi alle persone, ma impedisce di considerarli un fatto isolato e privo di radici.
I ragazzi e le ragazze che abbiamo visto in strada sono incazzati. Molti sono disperati. A sedici o diciassette anni , ma anche a dodici e tredici, si trovano davanti a un futuro minacciato: climatico, economico, sociale, ma anche personale. Abbiamo incontrato giovani, con e senza background migratorio, che raccontavano di famiglie in difficoltà persino nel mettere il cibo in tavola, di una scuola abbandonata, della perdita di fiducia nella possibilità di cambiare la propria condizione. Davvero pensiamo che siano ragazzi che si divertono soltanto a spaccare cose?
Ci saranno stati provocatori e persone in malafede. Ma ridurre migliaia di persone a una manciata di infiltrati o facinorosi significa rinunciare a capire. I disordini di questi giorni sono una lotta di classe senza consapevolezza di classe: una rabbia reale, che nasce da disuguaglianze e abbandono, ma che non individua gli strumenti collettivi per cambiare le proprie condizioni. Per questo rischia di diventare politicamente sterile.
Anche il comportamento delle forze dell’ordine va valutato con rigore. Il loro compito è garantire la sicurezza e l’ordine pubblico, non alimentare un’escalation. Ogni uso della forza deve essere proporzionato e sottoposto alle responsabilità previste dalla legge. La spirale repressiva, inoltre, non è politicamente neutrale: una destra che costruisce consenso sulla paura e sulla criminalizzazione del dissenso può trarre vantaggio proprio da questi eventi.
Le responsabilità individuali vanno accertate, senza generalizzazioni e nel rispetto delle garanzie di ciascuno. Ma se alziamo barriere e ci limitiamo a separare i buoni dai cattivi, difficilmente avremo ancora la possibilità di confrontarci.
I giovani sembrano interessare quando fanno casino, molto meno quando denunciano la precarietà, l’impossibilità di pagare un affitto, l’assenza di prospettive. Ci accorgiamo di loro quando diventano un problema di ordine pubblico, non quando chiedono di essere presi sul serio.
Se vogliamo capire questa città, non possiamo permetterci il benpensantismo. Dobbiamo analizzare, studiare, conoscere. Ascoltare anche chi esprime la propria rabbia in forme che non condividiamo, senza rinunciare a distinguere tra chi agisce in malafede e chi lascia prevalere la rabbia sulla razionalità. Non siamo superiori a nessuno. E nessuno si deve sentire assolto.
La risposta non può essere soltanto repressiva. Dobbiamo portare questi ragazzi nelle piazze dello sciopero generale, mostrare che esiste una forza collettiva capace di incidere sui rapporti di potere senza distruggere ciò che incontra. Dobbiamo dimostrare che la rabbia può diventare rivendicazione, che la protesta può produrre risultati, che non siamo condannati a scegliere tra rassegnazione e violenza.
Non si tratta di assolvere nessuno. Si tratta di non abbandonare una generazione alla disperazione e poi indignarsi quando quella disperazione esplode.
La violenza, la guerra, il sopruso e l’assenza di diritto sono diventati normali e, troppo spesso, premianti. È precisamente questo il modello che dobbiamo combattere.
Non ci interessa avere ragione sui ragazzi che hanno sbagliato. Ci interessa costruire le condizioni perché possano scegliere un’altra strada.
