Newslab
Attualità

Como e non solo, i frontalieri in Svizzera sono davvero felici? Nì, tra stipendio, ore in auto e quella domanda

[Foto di copertina: Cisl dei Laghi]
Un’indagine su 1.542 lavoratori tra Italia e Canton Ticino fotografa una realtà più complessa del solo vantaggio retributivo: il 48,4% segnala una perdita di potere d’acquisto, il 55,6% percepisce una disparità salariale rispetto ai residenti svizzeri e il 31,7% impiega oltre un’ora e mezza al giorno per raggiungere il posto di lavoro. La ricerca di BiblioLavoro, promossa da CISL e OCST, indica le priorità per rafforzare le tutele.

Il lavoro in Svizzera continua ad attrarre migliaia di italiani grazie a retribuzioni generalmente più elevate rispetto a quelle disponibili in Italia. Ma il differenziale salariale, da solo, non è più sufficiente a descrivere l’esperienza di chi ogni giorno attraversa il confine per raggiungere il proprio posto di lavoro. Dietro la busta paga si delineano questioni che riguardano il potere d’acquisto, le disparità di trattamento, il costo degli spostamenti, il welfare aziendale, la formazione e la possibilità di conciliare professione e vita privata.

È il quadro che emerge dalla ricerca Lavorare oltre confine. Condizioni, bisogni e prospettive dei lavoratori frontalieri, realizzata da BiblioLavoro, il centro studi della CISL Lombardia, e promossa dalla CISL dei Laghi, dalla CISL di Sondrio, dalla CISL Piemonte Orientale e dall’Organizzazione Cristiano Sociale Ticinese (OCST). I risultati sono stati presentati al Centro Congressi Ville Ponti di Varese, nel corso di un convegno che ha riunito rappresentanti sindacali, istituzionali e delle imprese.

L’indagine ha raccolto 1.542 questionari completi, compilati nel maggio 2026, e ha affrontato numerose dimensioni della vita professionale dei frontalieri. Il dato di fondo è una contraddizione solo apparente: la soddisfazione per il salario convive con la preoccupazione per il suo valore reale, mentre la scelta di lavorare oltreconfine si accompagna a costi economici e personali che non sempre trovano adeguata compensazione.

Un fenomeno radicato nei territori di confine

Il lavoro frontaliero costituisce una componente strutturale dell’integrazione economica tra Italia e Svizzera. Secondo i dati riportati nella ricerca, nel primo trimestre del 2026 i frontalieri occupati in Svizzera erano 413.320, con un incremento dell’1,9% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Nel Canton Ticino, il territorio di riferimento dell’indagine, i lavoratori frontalieri erano 78.256.

Di questi, 68.036 risiedevano in Lombardia, pari all’87% del totale, mentre 6.803 provenivano dal Piemonte e 3.417 da altre regioni. Le province maggiormente interessate erano Como, con 31.958 lavoratori, e Varese, con 31.273. Seguivano il Verbano-Cusio-Ossola, con 5.476 frontalieri, e Sondrio, con 653.

Il campione della ricerca rispecchia questa concentrazione territoriale: il 43,6% dei rispondenti risiede nella provincia di Como e il 42,7% in quella di Varese. L’età media è di 44,1 anni; gli uomini rappresentano il 57,2%, le donne il 42,4%, mentre lo 0,4% non ha dichiarato il genere. Il livello d’istruzione è mediamente elevato: il 46,5% possiede un diploma di scuola superiore e il 36,9% un titolo universitario.

Anche la distribuzione professionale restituisce un’immagine articolata del frontalierato contemporaneo. Il comparto sociosanitario rappresenta il 15% degli intervistati, seguito dall’edilizia e dai settori collegati, con il 12,7%, dall’industria metalmeccanica, con il 9,8%, e dalle altre industrie manifatturiere, con l’8,5%. Commercio, turismo, ristorazione, informatica, telecomunicazioni e altri servizi completano il quadro.

Non si tratta, dunque, di una forza lavoro riconducibile esclusivamente all’industria tradizionale delle aree di confine, ma di una popolazione che opera in comparti diversi e con livelli di qualificazione differenti.

È necessaria una precisazione metodologica: il questionario è stato diffuso attraverso i canali sindacali e online e non si basa su un campionamento probabilistico dell’intera popolazione frontaliera. I risultati non possono quindi essere considerati una stima statisticamente rappresentativa di tutti i lavoratori italiani occupati in Svizzera. Costituiscono, tuttavia, una base ampia per analizzare le esperienze, le percezioni e i bisogni delle persone che hanno partecipato all’indagine.

Salari: soddisfazione e perdita di potere d’acquisto

La retribuzione rimane una delle principali ragioni per cui si sceglie di lavorare in Svizzera. Il 73% degli intervistati si dichiara soddisfatto del proprio salario. Ma la valutazione della busta paga non coincide necessariamente con quella della propria condizione economica complessiva.

Il 48,4% afferma infatti che il proprio potere d’acquisto è diminuito, mentre il 34% lo considera rimasto invariato e il 17,5% segnala un miglioramento. La distanza tra soddisfazione salariale e percezione economica evidenzia un problema centrale: guadagnare più di quanto si potrebbe ottenere in Italia non significa essere al riparo dall’erosione del reddito reale.

La distribuzione delle retribuzioni mostra una concentrazione nelle fasce intermedie. La classe più numerosa è quella compresa tra 4.000 e 4.999 franchi lordi mensili, nella quale si colloca il 25,5% del campione. Un ulteriore 18,6% percepisce tra 5.000 e 5.999 franchi. Nel complesso, il 57,8% dichiara una retribuzione compresa tra 3.500 e 5.999 franchi lordi mensili.

Le differenze emergono con maggiore evidenza quando si confrontano i redditi per genere. Il 13,4% delle lavoratrici dichiara di guadagnare meno di 2.500 franchi lordi al mese, contro il 2,6% degli uomini. Considerando le retribuzioni pari o superiori a 5.000 franchi, vi rientra il 41,1% degli uomini e il 26,1% delle donne.

Il divario si accompagna a una differente partecipazione al lavoro a tempo pieno: l’85,3% degli uomini dichiara di lavorare al 100%, contro il 51,1% delle donne. Quasi una lavoratrice su due, il 48,9%, è quindi occupata con una percentuale d’impiego inferiore al tempo pieno; tra gli uomini la quota è del 14,7%.

La diversa intensità lavorativa contribuisce a spiegare le differenze reddituali, ma non esaurisce la questione dell’equità di genere. I dati indicano la necessità di considerare insieme livelli salariali, orari, opportunità professionali e organizzazione del lavoro.

Anche l’età è associata alla distribuzione dei redditi. Tra gli under 36, il 33,8% dichiara una retribuzione inferiore a 3.500 franchi lordi mensili, contro il 25,6% degli over 36. Le retribuzioni superiori a 6.000 franchi interessano invece il 17,1% dei lavoratori più maturi e il 10,1% dei più giovani.

La percezione di disparità salariale e il tema del riconoscimento

Un altro nodo riguarda il trattamento economico rispetto ai lavoratori residenti in Svizzera che svolgono mansioni analoghe. Il 55,6% degli intervistati ritiene di essere retribuito meno di un residente svizzero in una posizione comparabile. Il 42,7% dichiara inoltre di aver sperimentato almeno una forma di discriminazione legata alla propria condizione di frontaliere.

Sono percezioni riferite dagli intervistati e non costituiscono, da sole, una verifica di singoli casi di discriminazione. Rappresentano tuttavia un segnale rilevante sul piano del riconoscimento professionale e dell’equità percepita nei luoghi di lavoro.

Il problema, secondo la ricerca, assume particolare rilievo nei contesti in cui la contrattazione collettiva è meno diffusa o meno conosciuta. La trasparenza delle retribuzioni, la corretta classificazione delle mansioni e il rafforzamento degli strumenti di contrattazione sono indicati tra le leve per ridurre le disparità e rendere più verificabili le condizioni applicate ai lavoratori.

Welfare aziendale: prestazioni che spesso mancano

La qualità del lavoro non si misura soltanto attraverso lo stipendio. Il welfare aziendale, che comprende benefit e prestazioni integrative, rappresenta un’altra area critica: il 58,9% degli intervistati si dichiara poco o per niente soddisfatto dell’offerta disponibile.

Le carenze segnalate riguardano soprattutto i buoni spesa o acquisto, la cui assenza è lamentata dall’89,1% del campione, i benefit assicurativi, indicati dal 79,8%, e i premi di produzione, dal 71,8%. Seguono i contributi per il trasporto, segnalati dal 66,3%, e la mensa o i buoni pasto, indicati dal 64,1%.

Il quadro suggerisce che le prestazioni integrative non siano ancora accessibili in modo sufficientemente diffuso. Non è soltanto una questione di vantaggi aggiuntivi: in un contesto segnato dall’erosione del potere d’acquisto, i benefit possono incidere sulle spese quotidiane delle famiglie e sulla valutazione complessiva del rapporto di lavoro.

La ricerca richiama quindi l’attenzione sulla necessità di rafforzare il welfare contrattuale, estendere l’accesso alle prestazioni e valorizzare strumenti capaci di rispondere ai bisogni concreti dei lavoratori.

Il pendolarismo: tempo sottratto alla vita privata

Il costo meno visibile del lavoro oltreconfine è spesso quello del tempo. Il 31,7% degli intervistati trascorre più di 90 minuti al giorno negli spostamenti di andata e ritorno tra casa e lavoro. L’auto privata è il mezzo prevalente, utilizzato dal 73,2% del campione.

Anche il peso economico della mobilità è significativo. Il 47,7% spende per gli spostamenti una quota compresa tra il 5% e il 10% del salario, mentre un ulteriore 21,6% arriva a destinare al trasporto tra il 10% e il 20% della retribuzione.

Il differenziale salariale deve dunque essere letto anche alla luce delle spese necessarie per raggiungere il posto di lavoro. Carburante, trasporti e tempi di percorrenza concorrono a ridurre il beneficio economico percepito e incidono sulla qualità della vita, sottraendo ore alla famiglia, alle relazioni e al riposo.

Non sorprende, in questo quadro, il valore attribuito al telelavoro. Lo smart working è considerato uno strumento utile per conciliare le esigenze professionali e personali, soprattutto in presenza di lunghi tragitti. Eppure, soltanto il 37,4% degli intervistati dichiara di potervi accedere.

Il 44,2% segnala difficoltà nel conciliare vita privata e lavoro. Il dato mette in evidenza il divario tra l’utilità riconosciuta alla flessibilità organizzativa e le possibilità concrete di usufruirne.

L’estensione del telelavoro, laddove compatibile con le mansioni e con le regole applicabili al lavoro transfrontaliero, viene indicata come una delle questioni da affrontare attraverso il confronto tra imprese, sindacati e istituzioni dei due Paesi. Il suo impatto, infatti, non riguarda soltanto l’organizzazione aziendale, ma anche la mobilità, il benessere e la gestione del tempo.

Previdenza, sanità e fiscalità: le difficoltà di orientarsi tra due sistemi

L’esperienza del frontaliere si sviluppa tra ordinamenti diversi, con regole fiscali, previdenziali e sanitarie che possono cambiare in base alla situazione individuale e alla storia lavorativa. La conoscenza delle proprie tutele diventa perciò una componente essenziale della sicurezza economica.

Il 69,1% degli intervistati dichiara di conoscere poco o per niente il funzionamento della propria cassa pensione, lo strumento previdenziale legato al sistema svizzero. Il dato segnala un significativo fabbisogno informativo su un tema che può avere conseguenze rilevanti nella pianificazione del futuro.

Particolarmente controversa è la cosiddetta «tassa sulla salute», il contributo di compartecipazione al Servizio sanitario nazionale previsto per una specifica categoria di frontalieri, i cosiddetti vecchi frontalieri, secondo la disciplina italiana. Tra coloro che dichiarano di avere elementi sufficienti per valutarne l’impatto, il 94,4% la considera abbastanza o molto penalizzante.

La percentuale esprime il giudizio degli intervistati che conoscono sufficientemente la misura e non va confusa con una valutazione giuridica della sua legittimità. La questione resta al centro del confronto istituzionale e sindacale, anche per le sue possibili ricadute sul reddito disponibile.

Il tema si inserisce in un quadro più ampio: la tutela dei frontalieri non riguarda esclusivamente il contratto stipulato in Svizzera, ma coinvolge anche la fiscalità italiana, la previdenza, la sanità, le prestazioni sociali e le decisioni che incidono sul bilancio delle famiglie residenti nei territori di confine.

Formazione: opportunità ancora insufficienti

Un ulteriore elemento riguarda l’aggiornamento delle competenze. Più di un lavoratore su due dichiara di non aver partecipato ad attività formative negli ultimi due anni, mentre il 38,4% giudica insufficienti le opportunità di formazione e aggiornamento disponibili.

Il dato assume rilievo in un mercato del lavoro interessato da digitalizzazione, innovazione tecnologica e trasformazioni organizzative. La formazione continua può contribuire a mantenere le competenze aggiornate, sostenere la mobilità professionale e ampliare le prospettive di carriera.

La ricerca richiama quindi la necessità di rendere l’aggiornamento più accessibile e inclusivo, anche attraverso il coinvolgimento delle imprese e il riconoscimento della formazione come componente strutturale della qualità del lavoro.

Trasferirsi in Svizzera? La maggioranza preferisce restare in Italia

Nonostante l’attrattività del mercato del lavoro elvetico, soltanto un intervistato su quattro si dichiara disposto a trasferirsi in Svizzera. Tra gli ostacoli indicati figurano il costo della vita e quello della cassa malati, seguiti dalla lontananza dalla famiglia e dagli affetti e dal timore di perdere potere d’acquisto.

La scelta di mantenere la residenza in Italia non è quindi riconducibile soltanto a una convenienza economica immediata. È legata anche alla rete familiare e sociale, ai costi abitativi e sanitari e all’equilibrio complessivo tra reddito e spese.

Il frontalierato si configura così come una condizione che collega due territori: il lavoro viene svolto in Svizzera, mentre una parte importante della vita familiare, sociale e dei consumi resta in Italia. Questa interdipendenza rende le condizioni dei lavoratori rilevanti per entrambi i sistemi economici e per le comunità di confine.

La richiesta sindacale: uno Statuto dei lavoratori frontalieri

Per Marco Contessa, responsabile nazionale CISL Frontalieri, i risultati restituiscono «un quadro complesso, segnato da profonde contraddizioni». La motivazione economica continua ad attrarre lavoratori, ma si accompagna a una «trappola del tempo» legata agli spostamenti quotidiani, ai costi della mobilità, alla ridotta possibilità di ricorrere allo smart working e alle criticità del welfare aziendale.

Contessa respinge inoltre la rappresentazione dei frontalieri come lavoratori necessariamente privilegiati, definendoli «ponti tra due Paesi» che contribuiscono alla tenuta sociale ed economica dei territori.

La proposta politica e sindacale centrale è l’approvazione di uno Statuto dei lavoratori frontalieri. Secondo la CISL, dovrebbe garantire maggiore certezza e stabilità fiscale, intervenire sull’adeguamento delle franchigie Irpef, assicurare trasparenza sulla previdenza integrativa e rendere operativo un Tavolo interministeriale permanente dedicato alla governance transfrontaliera.

Le proposte contenute nella ricerca si articolano su più livelli. In Svizzera, l’azione sindacale dovrebbe puntare al rafforzamento della contrattazione collettiva, alla trasparenza dei trattamenti economici, a un welfare più accessibile, a migliori condizioni organizzative e a maggiori opportunità formative. In Italia, l’attenzione riguarda la fiscalità, la previdenza, la sanità, i servizi ai lavoratori e le politiche territoriali. Su questioni come telelavoro, mobilità e sicurezza sociale, la ricerca sottolinea la necessità di soluzioni bilaterali.

Informazione e servizi: una tutela da rendere più accessibile

La complessità normativa rende fondamentale anche la possibilità di accedere a informazioni affidabili. La ricerca segnala che social network e gruppi online sono la fonte più utilizzata per informarsi sulle novità che riguardano il lavoro frontaliero, indicata dal 53% degli intervistati. Seguono colleghi e conoscenti, con il 39,9%, e i media tradizionali e online, con il 33,1%.

Siti e sportelli sindacali sono indicati dal 21% del campione, mentre il sindacalista in azienda è citato dal 10,6%. Il dato pone un problema di qualità e aggiornamento delle informazioni, soprattutto in un contesto in cui interpretazioni incomplete o imprecise possono avere conseguenze fiscali, previdenziali e contrattuali.

Tra chi conosce o ha utilizzato i servizi sindacali, le valutazioni sono generalmente positive. L’81,5% degli utenti valuta favorevolmente le consulenze su diritti e normative; il 75% l’assistenza legale in caso di problemi, il 72,5% la tutela complessiva delle condizioni di lavoro e il 70,1% la contrattazione collettiva.

Anche i servizi CISL in Italia raccolgono giudizi favorevoli tra gli utenti: il CAF è valutato positivamente dall’83,5%, il patronato INAS dal 75,9% e lo Sportello Frontalieri CISL dal 73,1%. Resta tuttavia spazio per ampliare la conoscenza di questi strumenti, in particolare dello Sportello Frontalieri e del patronato.

La sfida, dunque, non consiste soltanto nel migliorare i servizi, ma nel renderli più visibili, accessibili e vicini alle persone, anche attraverso strumenti digitali e una collaborazione più stretta tra le organizzazioni sindacali italiane e svizzere.

Il dato centrale: il lavoro oltreconfine va valutato nel suo insieme

La ricerca promossa da CISL e OCST restituisce un frontalierato che non può essere descritto soltanto attraverso il differenziale salariale. La soddisfazione per lo stipendio resta elevata, ma convive con una diffusa perdita di potere d’acquisto, con la percezione di disparità retributive, con carenze nel welfare e con costi di mobilità che incidono sul tempo e sulle risorse delle famiglie.

Il quadro non autorizza a considerare ogni criticità come una condizione universale, né a trasferire automaticamente le percentuali del campione all’intera popolazione dei frontalieri. Consente però di individuare questioni ricorrenti e priorità di intervento: equità salariale, accesso alle prestazioni aziendali, flessibilità organizzativa, formazione continua, informazione previdenziale e coordinamento tra le istituzioni dei due Paesi.

Il punto è riconoscere che il valore del lavoro frontaliero non si esaurisce nella busta paga. Comprende anche il tempo disponibile, la sicurezza economica, le prospettive professionali e la possibilità di vivere e lavorare senza subire svantaggi legati alla condizione di frontaliere.

Come sintetizza Contessa, non si tratta di una rivendicazione corporativa, ma del riconoscimento di una specifica realtà professionale. La ricerca consegna così un’agenda che chiama in causa imprese, sindacati e istituzioni: trasformare i dati raccolti in strumenti concreti di tutela e in politiche capaci di rispondere alle esigenze di chi, ogni giorno, tiene insieme due Paesi attraverso il proprio lavoro.

Lo studio completo

© RIPRODUZIONE RISERVATA