E’ assai dura la nota diffusa in questi minuti dalla Cgil di Como e dal titolo: GDO: Anche a Pasqua, nessuna dignità, salute, sicurezza e qualità del lavoro. Ancora una volta il sindacato prende di mira la qualità del lavoro in alcuni supermercati. Lo fa riportando la testimonianza di un dipendente da Locate Varesino, eccola:
Solo in cassa, una fila fino a metà negozio, e i clienti che gli urlano addosso. Non è cronaca nera. È un giorno qualsiasi nella grande distribuzione. A Locate Varesino, nei giorni precedenti la Pasqua, in un punto vendita c’erano due persone in turno. Dopo sei ore, la responsabile ha effettuato la pausa, come prevede la legge. Il collega è rimasto da solo, unica cassa aperta, con una fila che arrivava fino a metà negozio. In quei minuti è stato insultato, minacciato, umiliato.
Non è una notizia eccezionale. Ed è proprio questo il problema.
La Pasqua ha reso visibile quello che esiste tutto l’anno: organici ridotti all’osso, turni costruiti sul presupposto che i lavoratori trovino sempre il modo di reggere, nessuna protezione reale per chi resta a contatto con il pubblico per ore. Quando manca il personale, il lavoro non sparisce. Ricade su chi è presente.
“Vado al lavoro per fare il mio dovere, non per farmi insultare. E comprendo anche la frustrazione dei clienti: con una fila così, nel tardo pomeriggio, è naturale che si crei tensione. Ma questo non è colpa mia”. Se chi subisce gli insulti riesce a comprendere il disagio di chi attende in fila, allora è chiaro che il problema non è nel comportamento del lavoratore né nella rabbia del cliente. Il problema è l’azienda che ha deciso di far funzionare quel negozio con due persone.
Il conto che nessuno mostra in bilancio
C’è lo stress da lavoro correlato, che nel commercio è ormai diventato cronico: si entra in turno con l’ansia e si esce con il senso di colpa, anche quando si è fatto tutto il possibile. E poi c’è il corpo, che dopo dieci o quindici anni presenta il conto: ginocchia, schiena, spalle, tunnel carpale. Non sono episodi casuali. Sono l’effetto prevedibile di anni di ritmi incompatibili con una vita lavorativa sana. Le lavoratrici, spesso, pagano un prezzo ancora più alto: prese a male parole, sbeffeggiate, umiliate. Senza vigilanza, senza presidio, senza protezione. Come se sopportare tutto dovesse far parte del contratto.
A chi fa la spesa
Quando si trovano file infinite o scaffali scoperti, la persona in cassa non è il problema. È, semmai, quella che sta cercando di tenere in piedi il negozio nonostante scelte aziendali sbagliate. La rabbia va indirizzata verso chi decide di far funzionare punti vendita interi con organici ridotti, verso chi alza gli obiettivi di produttività e poi lascia che siano i dipendenti ad assorbire l’insoddisfazione dei clienti, il clima di aggressività, l’usura fisica e psicologica. Questa situazione va denunciata ora, non quando ci sarà soltanto un episodio estremo a riportarla sui giornali.
Il modo in cui vengono trattati i lavoratori della grande distribuzione non è un dettaglio interno alle aziende: è una questione pubblica, che riguarda dignità, salute, sicurezza e qualità del lavoro.
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