Sono numeri impietosi ma che spiegano efficacemente la tendenza sempre più pressante a cercare un lavoro oltreconfine. Stiamo parlando dei dati contenuti nel report di Fondazione Gimbe, che certificano come dal 2001 al 2019, il salario degli infermieri sia diminuito dell’1,52%, e se si guarda ancora più in là, agli anni ’90 si conta una perdita di 14 mila euro.
Ecco così che nel report si evidenzia come gli stipendi degli infermieri “restano tra i più bassi d’Europa”. Nel 2022, la retribuzione annua lorda di un infermiere italiano era di 48.931 dollari, ben 9.463 dollari in meno rispetto alla media Ocse (58.394 dollari). In Europa, stipendi più bassi ci sono solo nei paesi dell’Europa dell’Est (Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Repubblica Slovacca, Lettonia e Lituania).
Con il miraggio svizzero a portata di mano – dove lo stipendio si aggira sui 6 mila euro – almeno a queste latitudini, è dunque inevitabile che il personale infermieristico svuoti le corsie per andare oltreconfine.
“A certe condizioni – dice Aurelio Filippini, ex presidente della Federazione nazionale professioni infermieristiche della zona di Varese – è praticamente inevitabile, e in parte spiegabile, che quanti lavorano nelle fasce di confine se ne vadano in Svizzera laddove possibile. Gli stipendi alti e anche le condizioni migliori di lavoro sono un incentivo irresistibile”.
E sui numeri emersi “sono purtroppo ben conosciuti, va anche sottolineato come ci siano, e noi lo vediamo, molti giovanissimi che sono sempre attirati dalla professione oltre che essere molto motivati”, spiega Filippini.
Considerando tutti gli infermieri in attività, nel 2022 l’Italia contava 6,5 infermieri per 1.000 abitanti, dato ben al di sotto della media Ocse di 9,8 e della media Eu di 9. In Europa peggio di noi solo Spagna (6,2), Polonia (5,7), Ungheria (5,5), Lettonia (4,2) e Grecia (3,9).
E così il numero di infermieri dipendenti del Ssn che lasciano volontariamente il posto di lavoro è in costante aumento dal 2016, con un’accelerazione nel biennio pandemico 2020-2021 e una vera e propria impennata nel 2022.
A questo punto “risulta necessario e non più rinviabile intervenire con qualcosa di concreto. Penso a una detassazione o agevolazioni concrete e incentivi che possano rendere appetibile o quantomeno non così impari il confronto. Bisogna lavorare però e farlo in fretta”, chiude Filippini