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La crisi dell’azienda storica di divani con 10 sedi in Lombardia: quasi 500 posti di lavoro a rischio

Si è concluso con un nulla di fatto l’incontro del 16 marzo presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit) sulla vertenza Natuzzi. Nonostante la mediazione istituzionale e la presenza dei rappresentanti delle Regioni Puglia e Basilicata, la distanza tra la società e le sigle sindacali (FenealUil, Filca Cisl, Fillea Cgil, Filcams, Fisascat e Uiltucs) rimane definita «incolmabile».

Il Piano Industriale 2026-2028: esuberi e cessioni

Al centro del tavolo il nuovo Piano Industriale 2026-2028, che l’azienda considera una mossa strategica indispensabile per rispondere all’instabilità economica globale. I punti più critici del piano prevedono:

  • 497 esuberi complessivi;

  • La cessione di due stabilimenti storici (Santeramo in Colle e Altamura);

  • Un profondo riassetto del modello di business per tutelare l’equilibrio finanziario del Gruppo.

Mentre Natuzzi lamenta una chiusura ingiustificata da parte dei sindacati — accusati di voler trattare esclusivamente sugli incentivi all’esodo — i rappresentanti dei lavoratori ribadiscono che mancano garanzie reali sulle internalizzazioni (reshoring) e sulla tenuta dell’intero perimetro occupazionale.

La presenza di Natuzzi in Italia: il nodo Lombardia

La crisi tocca da vicino diverse aree del Paese. Oltre al cuore produttivo nel distretto murgiano, il Gruppo mantiene una rete strategica su tutto il territorio nazionale. In particolare, si ricorda che in Lombardia sono presenti 10 sedi tra uffici e punti vendita, rendendo la stabilità del brand un tema di rilevanza non solo meridionale ma nazionale.

Le istituzioni: «Il confronto non è chiuso»

L’assessore allo Sviluppo economico della Regione Puglia, Eugenio Di Sciascio, ha gettato acqua sul fuoco, dichiarando che, sebbene non sia stato raggiunto un equilibrio, il dialogo non può dirsi interrotto. L’obiettivo delle istituzioni resta quello di spingere per soluzioni condivise che passino attraverso:

  1. Ammortizzatori sociali e politiche attive del lavoro.

  2. Processi di esternalizzazione con clausole di salvaguardia.

  3. Supporto tecnico della task force regionale.

La scadenza del 6 aprile si avvicina e la pressione degli investitori aumenta. Le parti sono ora chiamate a un atto di responsabilità per evitare lo strappo definitivo e salvaguardare un marchio simbolo del Made in Italy.

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