È una vera e propria emorragia di competenze quella che continua a svuotare le corsie degli ospedali lombardi a favore delle strutture sanitarie oltreconfine. Il tema non è nuovo ma i numeri continuano a rendere sempre più evidente l’emergenza.
Sono infatti circa 5.000 i sanitari frontalieri italiani che operano attualmente nel Canton Ticino, arrivando a coprire — nei momenti di maggior picco — fino al 12% degli organici negli ospedali pubblici (come certificato in un servizio della RSI), e addirittura il 30% nelle strutture private.
Se l’attrattiva economica rappresenta da sempre il fattore dominante, a spingere il personale oltre il confine sono anche opportunità di crescita e qualità della vita aziendale che l’Italia stenta a garantire.
Non solo stipendio: carriera e qualità professionale
Questo forte richiamo professionale non sembra venire arrestato nemmeno dalle novità fiscali all’orizzonte, come l’imminente entrata in vigore della cosiddetta “tassa sulla salute” — il contributo tanto contestato e ancora lontano dall’essere applicato, compreso tra il 3% e il 6% dello stipendio netto a carico dei vecchi frontalieri (in servizio prima del luglio 2023) destinato a finanziare il sistema sanitario nazionale italiano.
Le associazioni di categoria da tempo continuano a lanciare l’allarme per un fenomeno che non riguarda soltanto il Ticino, ma coinvolge anche il Canton Grigioni e diverse province di confine.
Il conto salato pagato dai pazienti
Le conseguenze di questo esodo ricadono direttamente sui cittadini e sulla qualità del servizio sanitario. Nella sola provincia di Como si registra una carenza di almeno 500 operatori, ma l’emergenza si estende a gran parte del Nord Italia. Il risultato si traduce in tempi di attesa interminabili e crescenti difficoltà di accesso alle cure.
Dati drammatici trovarono conferma nelle parole di Gianluigi Spata, presidente dell’Ordine dei Medici di Como: “Nel corso dell’ultimo anno 5,8 milioni di pazienti in Italia hanno rinunciato a curarsi, e questo non è un bel dato. Hanno rinunciato a fare esami e follow-up proprio a causa delle liste d’attesa estremamente lunghe”. Una crisi sistemica dove a pagare il prezzo più alto, alla fine, sono sempre i pazienti.
