L’introduzione della cosiddetta “tassa della salute” da parte del governo italiano rischia di incrinare i delicati equilibri finanziari tra Roma e Berna. La nuova imposta ha infatti modificato le condizioni quadro che regolavano lo storico accordo sull’imposizione fiscale dei frontalieri, spingendo il Canton Ticino a chiedere alla Confederazione una revisione al ribasso della quota dei ristorni versati annualmente al Belpaese.
A lanciare la proposta è il consigliere di Stato ticinese Christian Vitta. In una recente intervista rilasciata al Corriere del Ticino, il direttore del Dipartimento delle finanze e dell’economia (DFE) ha delineato la strategia che, a suo avviso, Berna dovrebbe adottare alla luce dei nuovi scenari fiscali che gravano sui lavoratori di confine.
Vitta: “Con la nuova imposta italiana vengono meno i patti”
Il ragionamento di Vitta è strettamente tecnico e giuridico. “Il ristorno è riconosciuto perché dal lato italiano non viene prelevata alcuna imposta sui frontalieri”, ha dichiarato il consigliere di Stato. Tuttavia, l’introduzione della “tassa sulla salute”, un provvedimento voluto dalla Lega di Matteo Salvini che Vitta classifica a tutti gli effetti come un’imposta — cambia le carte in tavola.
“Con l’introduzione di una nuova imposta in Italia verrebbe meno uno dei presupposti cardine dell’accordo», argomenta Vitta. La deduzione logica è che, stando così le cose, “la Svizzera deve far valere gli elementi tecnici e giuridici che possono portare a una decurtazione dei ristorni“.
In gioco oltre 100 milioni di franchi l’anno
Il nodo della questione riguarda principalmente i “vecchi frontalieri”, ovvero coloro che sono ancora assoggettati al precedente regime fiscale transitorio. Questa eccezione impositiva, unita al nuovo “balzello” sanitario introdotto da Roma, genera secondo Bellinzona la necessità di ricalcolare le somme dovute. Attualmente, dal solo Canton Ticino prendono la via delle casse pubbliche italiane oltre 100 milioni di franchi annui. Una cifra che Vitta vorrebbe vedere ridotta per compensare il nuovo carico fiscale imposto unilateralmente dall’Italia.
La lettera a Berna: macchinari e il caso Crans-Montana
La questione dei ristorni è solo la punta dell’iceberg di un malessere più profondo, formalizzato dal governo ticinese in una missiva ufficiale recapitata a Berna. Le lamentele di Bellinzona toccano altri due punti nevralgici:
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Export e concorrenza sleale: Il Ticino denuncia le ricadute negative di alcuni provvedimenti adottati dall’Italia che penalizzerebbero le esportazioni svizzere di macchinari. Tali merci, rispetto a quelle provenienti da altri Paesi europei, non beneficiano degli stessi incentivi fiscali riservati ai membri UE, creando uno svantaggio competitivo.
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Ingerenza giudiziaria: Nella lettera viene definita «inaccettabile» quella che il governo ticinese considera un’ingerenza politica italiana nel sistema giudiziario svizzero. Il riferimento è alle pressioni relative ai tragici eventi di Crans-Montana.