Il dibattito sulla tassa sulla salute a carico dei vecchi frontalieri ormai è diventato un tema di scontro tra due Stati. Le tensioni tra Roma e Berna sono palpabili e l’indecisione di Regione Lombardia nello specificare le direttive per iniziare la riscossione della tassa stanno creando frizioni sul confine.
Nel succedersi continuo di interventi sul tema si inserisce anche l’analisi di Lisa Molteni segretario e direttore operativo dell’associazione “Autonomia e Libertà“(nata nel 2012 con focus sui temi delle autonomie dei territori).
Ecco la riflessione:
In questi giorni si è letto di tutto. Toni accesi, accuse incrociate, richieste di abbassare la voce. Ma prima di parlare, bisogna comprendere.
La mozione presentata nel Parlamento del Canton Ticino per sospendere – totalmente o parzialmente – i ristorni all’Italia non è una provocazione. È una presa di posizione politica e tecnica fondata su un argomento giuridico preciso.
L’accordo fiscale tra Svizzera e Italia stabilisce che i cosiddetti “vecchi frontalieri” siano tassati esclusivamente in Svizzera. In cambio, la Svizzera versa i ristorni: oltre 100 milioni di franchi all’anno che arrivano in larga parte alla Lombardia.
La nuova “tassa sulla salute”, introdotta dalla Legge di bilancio italiana 2024, prevede un prelievo tra il 3% e il 6% del reddito netto annuo prodotto in Svizzera, con un minimo di 30 euro e un massimo di 200 euro mensili, destinato al Servizio Sanitario Nazionale.Qui nasce il conflitto.
Se quella misura è un contributo sanitario parafiscale, si può discutere. Ma se è un’imposta proporzionale al reddito svizzero, allora si entra in una possibile violazione dell’articolo 9 dell’accordo bilaterale, che prevede tassazione esclusiva in Svizzera. Dal punto di vista ticinese, il ragionamento è lineare: se l’Italia tassa quel reddito, viene meno la base giuridica che giustifica i ristorni.
Non si può chiedere alla Svizzera di abbassare i toni quando tecnicamente sta difendendo un principio pattizio.
Anzi, la verità è un’altra. Quello che oggi sta facendo il Ticino è ciò che la Lombardia avrebbe dovuto fare da tempo: difendere i propri territori di confine e i propri lavoratori con coerenza e visione strategica.Invece, la Lombardia oggi si trova in una posizione paradossale: accetta una misura che rischia di configurare una doppia imposizione per i frontalieri; espone i comuni di confine al rischio di perdere i ristorni; non apre un confronto istituzionale forte con Roma; non costruisce una linea unitaria di difesa dei territori.
I frontalieri lombardi non sono privilegiati. Pagano già le imposte alla fonte in Svizzera. Contribuiscono indirettamente alla fiscalità italiana tramite i ristorni. Versano IVA e altre imposte in Italia. Sostengono l’economia delle province di confine.
Per loro, la tassa sulla salute viene percepita come una penalizzazione aggiuntiva su un reddito già tassato. Le organizzazioni sindacali hanno già annunciato possibili ricorsi alla Corte costituzionale. Se venisse sancita l’incostituzionalità, il problema si chiuderebbe internamente. Ma nel frattempo il danno politico e diplomatico è reale.
La sospensione dei ristorni sarebbe un’arma di pressione potente: significherebbe togliere decine di milioni di euro alla Lombardia, con conseguenze dirette sui territori. E allora la domanda vera è politica. Perché dobbiamo arrivare a questo punto? Perché la Lombardia non ha difeso prima, con fermezza, i propri comuni e i propri lavoratori? Perché si permette che un equilibrio delicato venga incrinato senza una strategia condivisa?
La stabilità dei rapporti tra Italia e Svizzera è un interesse reciproco. Ma la stabilità si fonda sul rispetto degli accordi e sulla capacità di rappresentare con forza i propri territori. Oggi non serve uno scontro ideologico. Serve responsabilità istituzionale.
All’Italia conviene: Aprire immediatamente un tavolo tecnico con Berna. Rimodulare la misura scollegandola formalmente dal reddito svizzero. Valutare un contributo sanitario non proporzionale al reddito. Tutelare i comuni di confine da qualsiasi perdita economica. Difendere i frontalieri significa difendere l’economia lombarda. Difendere i comuni di confine significa difendere l’intero sistema regionale.
Il 28 a Luino a Palazzo Verbania, dalle ore 10.30, insieme all’onorevole RobertoCastelli, all’avvocato Furio Artoni e Luigi Lovisetti discuteremo pubblicamente anche questo. Invitiamo frontalieri, amministratori locali, categorie economiche e cittadini a partecipare. Perché il confine non deve essere una linea di tensione. Deve tornare ad essere una linea di equilibrio. E l’equilibrio si costruisce con coraggio politico, non con silenzi istituzionali.
