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Perdenti di successo: Como, le elezioni e l’inspiegabile amore dei partiti per i candidati civici e para-civici

Nella marcia a passi lenti verso le elezioni a Como, giova ripercorrere brevemente uno scenario che si ripete pressoché uguale da quasi 25 anni: la cronica incapacità dei partiti dei due schieramenti maggiori di esprimere il candidato o la candidata sindaco/a. Eppure – gigantesca ironia della sorte – quando è accaduto, si è vinto.

Il decennio d’oro dei partiti (2002 – 2007)

Facciamo un piccolo excursus e torniamo all’inizio del nuovo millennio, anno 2002. Dopo le due giunte guidate da Alberto Botta, che nel 1994 si affermò sull’onda travolgente di Forza Italia e del berlusconismo nascente, a sfidarsi furono l’allora golden boy dello stesso partito, il forzista doc e ciellino doc Stefano Bruni, e, per il centrosinistra, l’ex segretario della Cgil Giovanni Moretti che – pur vivendo strettamente a contatto con la politica comasca – si presentò come indipendente con la lista Nuova Como. Una sfida impossibile, per molti versi: la storia politica, a Como, in quegli anni parlava una lingua sola ed era quella del Cavaliere, di Bossi e di Fini. Infatti Bruni stravinse subito con il 52%.

Cinque anni dopo, Bruni si ripresentò sulle ali di un primo mandato tutt’altro che disprezzabile e con un centrodestra classico ancora largamente dominante. Dal campo opposto, l’Ulivo schierò un nome di partito, Luca Gaffuri. Partita comunque senza storia: 56% a 33%, Bruni bis.

Insomma, in quella decade il centrodestra – certo, anche in un periodo storico con l’uragano in poppa – incassò risultati clamorosi schierando un uomo schiettamente di partito.

La rottura e la parentesi dei civici (2012 – 2017)

Poi venne il 2012. Al termine di un secondo mandato Bruni assolutamente disastroso, segnato in particolar modo dal muro sul lungolago e dalle traversie del cantiere paratie oltre che da sanguinose e incessanti guerriglie interne alla maggioranza, la coalizione archiviò l’era-Cielle e puntò su una civica di area: la commercialista Laura Bordoli, che – inedito assoluto – vinse le assurde primarie di coalizione contro Sergio Gaddi. Al culmine di questa cieca autodistruzione politica di se stesso, il centrodestra comasco andò anche materialmente in pezzi: Gaddi e Anna Veronelli fondarono una lista propria il cui unico risultato concreto fu aiutare la vittoria della coalizione opposta. Che però – guarda il caso, alle volte – aveva candidato, anche in questo caso dopo una nettissima vittoria alle primarie, un nome con esperienza politico-partitica: Mario Lucini, già capogruppo di Ulivo e Pd a Palazzo Cernezzi.

Anno 2017: il centrodestra comasco si ricompatta e punta su Mario Landriscina, per anni direttore del 118, indipendente di area. Il centrosinistra, in particolare a trazione Pd moderato, punta invece sul grande nome civico proveniente dal mondo delle aziende e non organico ad alcun partito: Maurizio Traglio, anche in questo caso previo passaggio vittorioso alle primarie. Al ballottaggio la spunta Landriscina, la cui esperienza a Palazzo, però, si conclude come non accade praticamente mai: sindaco uscente non ricandidato dalla sua stessa maggioranza (sempre la stessa: FdI, FI, Lega). Insomma, a conti fatti e sul medio periodo, entrambi i due civici delle coalizioni non si sono rivelati investimenti vincenti.

Il voto del 2022 e le elezioni recenti

E arriviamo infine al 2022. Il centrodestra sostituisce Landriscina con un nome individuato a poche settimane dal voto, non di Como città e dopo mesi di indecisioni e frizioni. Si tratta di Giordano Molteni, già primo cittadino di Lipomo. Il risultato, tra mancanza di tempo, errori sul campo e forse ‘effetto forestiero’, è sconfortante: Molteni non va nemmeno al ballottaggio, dove si ‘accomodano’ invece l’outsider totale Alessandro Rapinese (emblema dell’antipartitismo) e l’ennesima scommessa civica del centrosinistra, benché grande nome della città, apprezzato a livelli trasversali: Barbara Minghetti, anima e volto del Teatro Sociale. Risultato: dopo un 40% al primo turno, Minghetti soccombe al ballottaggio grazie anche al fatto che parte del centrodestra confluisce su Rapinese. Insomma, anche questa volta sorprese e nomi esterni ai partiti non hanno funzionato, soprattutto al cospetto di un civico puro.

Le fonti aride dei partiti

Tirando le somme: a parte il caso particolarissimo di Rapinese, negli ultimi 25 anni le elezioni a Como le hanno vinte bene nomi e volti espressioni dei partiti sia a destra (Bruni nel 2002 e nel 2007) che a sinistra (Lucini nel 2012) mentre tanti nomi civici, para-civici o comunque esterni alla realtà partitica di Como città (Moretti, Bordoli, Traglio, Molteni), pur in scenari e condizioni storiche specifiche non trascurabili, hanno perso. Oppure, persino quando l’hanno spuntata, sono poi stati rinnegati e divorati dai loro stessi sostenitori (Landriscina).

E allora, viene da chiedersi, di fronte all’unico, autentico civico al 100% ancora saldamente in campo, cioè Alessandro Rapinese, come si spiega l’incaponirsi di centrodestra e centrosinistra sulla via del metaforico ‘papa nero/straniero’? Forse solo in un modo: con la drammatica aridità delle fonti dei partiti, con la gravissima incapacità di produrre nomi credibili dall’interno, con la debolezza di un sistema che sempre più spesso punta per disperazione e povertà di risorse sul salvatore venuto da lontano. Sbagliando, dice la storia recente, il più delle volte.

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