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Politica, Punti di vista

Elezioni 2027 a Como: tra cravatta, panciotto e barbe elettorali cosa dice l’esito del referendum

A poco più di un anno dalle amministrative del 2027, se c’è un insegnamento che la tornata referendaria del 22 e 23 marzo ha lasciato in eredità agli appassionati di politica è l’impatto travolgente di chi, nella politica, aveva smesso di crederci.

E se “il voto di chi non credeva più nel voto” ha rianimato il dibattito pubblico muovendo da un argomento tecnicissimo come quello della separazione delle carriere dei giudici, non si può non chiedersi cosa succederebbe se lo stesso meccanismo riuscisse ad applicarsi a temi di prossimità vera come quelli che dovrebbero caratterizzare la riflessione di una città come la nostra.

Partiamo quindi da un dato su cui al momento si è ragionato forse troppo poco: se prendiamo in esame i risultati delle ultime elezioni amministrative sulle 12 città capoluogo lombarde e ci soffermassimo sul numero di chi ha deciso di non votare al primo turno, scopriremmo che Como, con il suo 55,67% è il comune capoluogo con la percentuale di astensionismo più alta in assoluto. Un valore che fa spavento, specie se confrontato con la media regionale del 44,88%.

Undici punti percentuali che probabilmente sarebbero stati anche di più, visto che per molti la presenza di Alessandro Rapinese aveva rappresentato l’illusione di un’ultima chiamata, l’ultima speranza prima di arrendersi allo sconforto di una politica distante e che non riesce a rappresentarli.

Già, perché alla fine è di questo che stiamo parlando: in un contesto socio-economico come quello comasco, il non-voto è la cartina al tornasole che misura la capacità della politica di farsi interprete dei problemi della gente, la sua capacità di farsi proposta, di rendersi narrazione viva e coinvolgente. In ultima sintesi, la capacità di mettere sul tavolo un’idea di città che appassioni fino al punto da diventare immaginario condiviso.

Ma c’è ancora tempo perché tutto ciò avvenga? Prima dei gazebo in piazza e delle signore inseguite per strada con i volantini in mano, prima degli incontri aperti alla cittadinanza per dare l’impressione che sia essa a decidere qualcosa che è già deciso, prima della riga da parte e la cravatta che fa pendant col panciotto per sembrare rassicuranti di fianco a quel dito di barba utile a dirsi ribelli quanto basta, prima dei santini elettorali accatastati ai banconi dei bar, dei messaggini rassicuranti su Whatsapp da mandare ad amici e parenti, prima dei corteggiamenti per riempire le liste per poi non vedersi più; insomma, prima che la politica tradizionale metta in campo quell’Eterno Ritorno dell’Uguale che ha fatto di lei un coacervo di diffidenza, disillusione e disinnamoramento, c’è ancora spazio per una riappropriazione di temi, di visioni e di passione? Forse sì, ma non aspettiamoci che questo slancio – ce lo insegna il referendum – arrivi dalla politica tradizionale, ma al contrario possa coagularsi attorno a un civismo di base pronto ad attivarsi solo se libero da etichette e distante da ogni intermediazione.

Un attivismo che a Como abbiamo visto animarsi attorno a un tema tutto sommato accessorio come quello dei ciliegi di via XX Settembre prima che la politica tradizionale, mossa dal suo immancabile parassitismo di cova, fiutasse l’occasione e cominciasse a prendere d’assedio tutto: fiori, piante e soprattutto i frutti di quello spontaneismo fatto di gente stanca di non essere ascoltata.

Un attivismo che meriterebbe di investire in modo travolgente il tema che più di tutti – insieme allo stadio, che però sta seguendo direttive ben più riservate – definisce la quotidianità di migliaia di persone, ossia la scuola. Perché se è vero – come dice un amico giornalista – che le elezioni le vinci parlando di parcheggi, è vero anche che la qualità della vita delle persone la cambi quando parli di scuola.

Perché la qualità della nostra vita è fatta di servizi che generano incontri e da lì relazioni e legami, incroci di persone che si conoscono e con cui si condividono tempo ed esperienze.
Una scuola che per un pensiero con un minimo di visione non si presenterebbe più come il mondo a tempo che ospita in maniera transitoria i nostri figli, ma che potrebbe diventare il presidio di comunità di ogni quartiere, un luogo “denso” dove insistono in maniera continuativa tre generazioni, dai bambini che ci vanno per studiare ai ragazzi che praticano attività sportiva; spazio di raccolta per il vastissimo mondo dell’associazionismo e luogo di incontro e relazione per gli anziani sempre più relegati a un isolamento senza alternative.

Dice una mia amica preside che se c’è una cosa buona di questa giunta Rapinese, è quella di aver acceso l’attenzione attorno alla necessità di una scuola nuova. E’ vero, l’inverno demografico esiste e riordinare diventa una necessità, ma questo approccio contabilistico è solo una parte della risposta, sicuramente la più banale. L’altra, per una città che ha un avanzo in cassa superiore ai 100 milioni di euro ma che presenta sacche di marginalità non indifferenti, è riuscire a vedere nelle scuole qualcosa di diverso; trasformarle in scuole aperte che diventino riferimento di socialità per una città immaginata come un puzzle di quartieri, ognuno con le proprie risorse e le proprie criticità. Un assetto giuridico-normativo già presente in molte parti d’Italia, distante anni luce dall’approccio ragionieristico della giunta ma che nemmeno il resto della politica sta dimostrando di conoscere; così appiattita nel sostegno trasversale, indistinto e anonimo ai comitati delle famiglie che – quelli sì – avrebbero fame e competenze per portare avanti una riflessione nuova, coraggiosa, post-ideologica su quello che potrebbe diventare la scuola se solo avessimo coraggio e competenze per guardarla con occhi nuovi.

Torniamo quindi al dato sull’astensionismo e all’esperienza del referendum e proviamo a metterli a sistema: ci renderemmo conto che c’è una parte di società civile – che corre, che soffre, che ha idee – a cui la modestia di questa politica va stretta e sceglie quindi di restarne ai margini. Se solo questa parte cominciasse a guardarsi allo specchio, forse comincerebbe a scoprirsi migliore di quella stessa politica che continua a tirarle la giacchetta con l’obiettivo neanche troppo nascosto di addomesticarne le energie e ricondurle a uso interno.
Una consapevolezza dalla quale potrebbe succedere di tutto o forse niente.
Ma perché non provarci nemmeno?

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