Ricorrono quest’anno i cinquant’anni dalla scomparsa di padre Giovanni Battista Pigato (Mason Vicentino, 20 luglio 1910 – Como, 3 maggio 1976), figura centrale della vita culturale e scolastica comasca del Novecento.
Ricordarlo oggi non è un esercizio di memoria nostalgica, ma un atto di riconoscenza verso un educatore che ha segnato generazioni di studenti, lasciando un’impronta profonda e duratura nel modo di intendere lo studio, la scuola e la formazione della persona. Fu anche cappellano militare in Albania e in Urss durante la seconda guerra mondiale, all’interno del corpo degli Alpini dove per un atto di eroismo sul fronte russo, gli fu assegnata una medaglia di bronzo al valore militare.

Padre Pigato apparteneva all’Ordine dei Chierici Regolari di Somasca, eredi della grande tradizione educativa di san Girolamo Emiliani. In quella tradizione egli seppe innestare una rara competenza e una passione autentica per la classicità, facendo del latino non una disciplina arida o selettiva, ma uno strumento di libertà intellettuale. Per lui le lezioni, erano occasioni per entrare in dialogo con gli autori antichi, per coglierne la profondità morale e il respiro universale.
Come ricordai, essendo stato suo allievo al liceo, in un articolo apparso anni fa sulla rivista Como, padre Pigato insegnava, al di là dei programmi scolastici. Essendo geniale a volte era anche bizzarro. Tuttavia la sua grande autorevolezza non nasceva dal ruolo, bensì dall’esempio.
La sua grandezza educativa stava anche nella capacità di vedere oltre il rendimento scolastico. Padre Pigato intuiva talenti, incoraggiava i più fragili, chiedeva molto a chi sapeva poter dare. Non voleva soltanto bravi studenti, ma cercava di formare coscienze vigili. Il latino, nella sua visione, educava alla misura, alla logica, alla responsabilità della parola: virtù oggi quanto mai necessarie in un tempo di comunicazione rapida e spesso approssimativa.

A mezzo secolo dalla sua morte, la figura di padre Pigato si staglia con chiarezza rara. È il modello di un insegnante che non separa cultura e umanità, rigore e comprensione, fede e libertà di pensiero. Chi lo ha avuto come docente porta ancora con sé non solo il ricordo di un grande latinista, ma l’eredità di un metodo e di uno stile di vita: aumentare la conoscenza per diventare uomini migliori.
In questo anniversario, il modo più autentico per onorarne la memoria è forse proprio quello suggerito, implicitamente, dal suo insegnamento: tornare ai testi, alle parole pesate, al tempo lento dello studio; e ricordare che la vera educazione non si esaurisce nei programmi scolastici, ma si compie nell’incontro che rimane nel tempo, tra un maestro e i suoi allievi.
Padre Pigato fu, in questo senso, un maestro nel significato più alto e duraturo del termine. Come sacerdote non odorava né di tartufismi né di bigotterie. Non vendeva Madonne miracolose né fette di paradiso, aveva una fede austera e credo che in fondo pensasse che Dio lo si prega facendo il proprio dovere con rigore: che a pensarci bene dovrebbe essere un buon modo per pregarlo anche se un po’ scomodo e quindi poco praticato. In mezzo a gente che fa della retorica una bandiera, lui sapeva usare un linguaggio che andava al sodo,senza fronzoli. A volte non tirava di fioretto bensì di spada e calava fendenti e veementi filippiche contro l’arroganza degli ignoranti.Era questo il suo bersaglio preferito e in noi studenti presuntuosi trovava quotidiano bersaglio. Ma credo che anche oggi, se fosse ancora qui, ne avrebbe di lavoro da fare e molto nella nostra città.
L’articolo che hai appena letto è uscito su ComoZero Periodico:
