Il reperimento di manodopera qualificata si è consolidato, negli ultimi anni, come una delle criticità più profonde e strutturali del mercato del lavoro italiano. Rispetto al periodo pre-pandemico, le aziende affrontano una difficoltà crescente nel rintracciare le figure professionali indispensabili per la continuità operativa. Secondo i dati più recenti dell’Osservatorio congiunturale di Unioncamere Lombardia, nel corso dell’ultimo anno (2025) circa il 33% delle imprese lombarde ha segnalato gravi ostacoli nel reclutamento di nuovo personale, con un picco critico che raggiunge il 34% nel settore industriale.
L’analisi territoriale evidenzia come la criticità sia direttamente proporzionale alla dimensione aziendale. In quasi tutti i comparti indagati — con l’eccezione dell’industria, dove il campione analizzato esclude le micro-realtà — la difficoltà di reperimento aumenta sensibilmente al crescere del numero di addetti. Nelle imprese che superano i 9 dipendenti, la quota di posizioni vacanti difficili da coprire si attesta costantemente sopra la soglia del 30%.
Il quadro settoriale presenta tuttavia alcune sfumature:
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Artigianato (28%): registra l’indice di difficoltà più basso. In questo ambito prevalgono le micro-imprese, capaci di sfruttare la prossimità territoriale e reti informali di reclutamento più agili.
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Servizi (30%): una situazione di criticità diffusa che tocca quasi un terzo delle richieste.
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Commercio al dettaglio (31%): si colloca in una posizione intermedia, riflettendo la complessità del ricambio generazionale nel settore.
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Industria (34%): rappresenta il settore più colpito, soffrendo la carenza di profili tecnici specializzati.
Le radici di questa crisi occupazionale sono riconducibili a fattori molteplici e sovrapposti. In primo luogo, emerge un marcato mismatch qualitativo tra la domanda delle imprese e l’offerta di competenze dei candidati, divario ulteriormente accentuato dalle sfide imposte dalle transizioni digitale ed ecologica.
A questo si aggiunge una preoccupante riduzione quantitativa della forza lavoro, alimentata dal calo demografico che sta progressivamente assottigliando i bacini di utenza giovanile. Infine, pesa la storica debolezza del sistema Italia nell’integrare efficacemente il percorso formativo scolastico con le reali necessità del mondo produttivo.
Per contrastare la carenza di personale e migliorare la retention (la capacità di trattenere i talenti), le aziende lombarde stanno adottando modelli variegati:
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Modello Industriale: punta su un approccio “manageriale”, caratterizzato da un’intensa attività di ricerca tramite agenzie del lavoro e significativi investimenti in welfare aziendale e benefit strutturati.
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Servizi e Commercio: la leva principale è la flessibilità. Si punta su orari flessibili, smart working, contratti part-time e turnazioni personalizzabili, oltre a una maggiore attenzione all’ascolto e al coinvolgimento attivo del personale.
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Artigianato: privilegia il legame con la filiera formativa, puntando strategicamente su tirocini e formazione on-the-job, oltre a migliorare l’organizzazione interna in termini di sicurezza e gestione dei turni.
Mentre le imprese più strutturate evolvono verso una logica integrata che unisce incentivi economici, benessere e partecipazione, per le micro-imprese la gestione delle risorse umane resta prevalentemente informale e basata sulla fiducia personale.
Il diploma di scuola media superiore si conferma il titolo di studio più difficile da reperire sul mercato lombardo nel 2025. La carenza è drammatica: si va dal 47% nei servizi fino a una punta del 75% nel settore del commercio. Tale dato riflette una struttura produttiva regionale fortemente orientata a ruoli tecnico-operativi e profili gestionali intermedi.
Per quanto riguarda gli altri livelli di istruzione:
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Laurea: la difficoltà di reperimento è segnalata soprattutto nei servizi (22%) e nell’industria (20%), salendo fino al 40% quando si analizzano le grandi realtà industriali.
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Bassa scolarizzazione: paradossalmente, la carenza tocca anche i livelli minimi di istruzione nei servizi (31%), specialmente nella logistica, e nell’artigianato (43%).