Rubinetto aperto in cucina, caraffa filtrante e bottiglie di plastica mentre una mano osserva un bicchiere d’acqua torbida
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Acqua del rubinetto, queste sono le aree in Italia in cui è sconsigliato berla: i dati non mentono

Prima di riempire un bicchiere, in certi casi, conviene controllare gli avvisi del Comune o del gestore idrico. Il quadro non è quello di un’emergenza unica e nazionale. È piuttosto una mappa a macchie, dove la qualità dell’acqua può cambiare da un Comune all’altro. A volte perfino da una frazione all’altra.

Nel Nord Italia, dove la rete idrica viene spesso considerata più affidabile, restano diversi punti critici. I problemi riguardano soprattutto nitrati, metalli pesanti e residui legati ad attività industriali o agricole. Le aree citate più spesso sono alcune zone delle province di Mantova, Verona, Udine, Vicenza, Pordenone e Brescia, dove negli anni sono state segnalate limitazioni, superamenti dei valori o situazioni da tenere sotto osservazione. Non sempre si parla di divieti stabili. Più spesso i Comuni intervengono con ordinanze temporanee, filtri, autobotti o indicazioni rivolte alle persone più fragili.

Il punto, spiegano di frequente i tecnici delle aziende idriche locali, non è soltanto quello che finisce nelle falde. Conta anche lo stato delle condotte. Una rete vecchia trattiene meno, perde di più e può complicare la gestione dell’acqua. Nei territori segnati da agricoltura intensiva, allevamenti e insediamenti produttivi, la presenza di nitrati nell’acqua diventa un segnale da non sottovalutare, soprattutto per neonati e donne in gravidanza.

A questo si aggiungono tubazioni datate, depuratori da aggiornare e controlli che, quando trovano valori fuori norma, lasciano ai sindaci poca scelta: vietare l’uso potabile fino al rientro dei parametri.

Arsenico nell’acqua: il peso su famiglie e persone fragili

Nel Lazio, il caso più noto resta quello dell’arsenico nell’acqua. Il problema riguarda in particolare il Viterbese, zona di origine vulcanica dove la presenza naturale di arsenico e fluoruri nelle falde è documentata da anni. Comuni come Bagnoregio, Civitella d’Agliano, Fabrica di Roma, Farnese, Ronciglione e Tuscania sono stati più volte collegati a criticità o a interventi di potabilizzazione. Qui la parola “potabile” non è una formula tecnica. Entra nelle case, nelle scuole, negli studi dei pediatri.

Rubinetto in cucina che riempie un bicchiere d’acqua, con due bottiglie e una fiala per test sul piano
Un bicchiere riempito dal rubinetto accanto a bottiglie e una fiala: l’immagine richiama i dubbi sulla potabilità in alcune zone d’Italia.

Quando scattano le ordinanze comunali, l’indicazione è chiara: non usare l’acqua per bere o cucinare, soprattutto per bambini e persone vulnerabili. “Prima di darla ai piccoli controlliamo sempre gli avvisi del Comune”, raccontano spesso i residenti nei paesi della Tuscia, dove taniche, fontanelle alternative e acqua in bottiglia sono diventate abitudini quotidiane. L’esposizione prolungata ad arsenico è considerata un rischio sanitario dalle autorità internazionali. Per questo gli impianti di dearsenificazione restano decisivi. Ma tra manutenzioni, costi e tempi amministrativi, la risposta non arriva sempre con la velocità attesa.

PFAS nell’acqua, le province più colpite e il nodo della bonifica

La contaminazione da PFAS, le sostanze perfluoroalchiliche usate in molti processi industriali, è una delle questioni più delicate per l’acqua potabile in Italia. Il caso più conosciuto resta quello del Veneto, tra le province di Vicenza, Padova e Verona. Ma segnalazioni e controlli hanno riguardato anche aree del Piemonte, della Lombardia, dell’Emilia-Romagna, della Liguria, della Toscana, della Sardegna, del Trentino-Alto Adige e dell’Umbria. Nei dossier ambientali compaiono, tra le altre, le province di Torino, Novara, Alessandria, Milano, Brescia, Ferrara, Genova, Arezzo, Lucca, Prato, Cagliari, Sassari, Olbia e Perugia.

Il problema dei PFAS nell’acqua è la loro resistenza. Non si degradano facilmente, superano molti trattamenti tradizionali e possono accumularsi nell’ambiente e nell’organismo. Per questo, quando i valori superano le soglie fissate o raccomandate, si ricorre a filtri a carboni attivi, nuovi punti di captazione e controlli più frequenti. I comitati dei cittadini chiedono da tempo limiti più severi e bonifiche alla fonte. Perché, ripetono nelle assemblee pubbliche, “non basta depurare l’acqua se la fonte continua a essere contaminata”. Una frase semplice. Ma il nodo è tutto lì.

Fognature assenti, guasti e acqua torbida: le fragilità dal Sud all’area romana

Accanto alle contaminazioni chimiche, pesa lo stato delle infrastrutture. Fognature assenti, guasti improvvisi, condotte vecchie e fenomeni di torbidità dell’acqua dopo rotture o lavori sulla rete continuano a creare disagi. Le situazioni più critiche riguardano diversi Comuni della Sicilia, con casi concentrati nella provincia di Catania, ma anche zone di Puglia, Campania, Friuli Venezia Giulia, Trentino e altre province dove la copertura fognaria non è completa. Senza una rete adeguata per raccogliere e depurare i reflui, la sicurezza dell’acqua diventa più fragile, soprattutto nei piccoli centri e nelle frazioni isolate.

Nell’area romana, invece, i problemi si presentano spesso sotto forma di interruzioni, cali di pressione o avvisi di non potabilità legati a lavori e guasti. Zone come Valle Santa, Casalotti, Aranova, Maccarese, Testa di Lepre, ma anche Comuni come Civitavecchia, Cerveteri e Manziana, sono finite negli anni in comunicazioni di servizio e ordinanze locali. In questi casi la regola è semplice: consultare gli avvisi del Comune o del gestore idrico prima di bere l’acqua del rubinetto. Perché, in certe giornate, il bicchiere riempito in cucina può dipendere da una tubatura rotta alle sette del mattino o da un serbatoio appena svuotato.

Questo non vuol dire che in assoluto non va bevuta, basta solo fare attenzione sempre alle indicazioni dei Comuni che possono variare. 

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