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Como, il nuovo stadio Sinigaglia è un vantaggio per tutti: come vincere questa partita, una risorsa per la comunità

Questo editoriale, a firma del collega Marco Corengia, è uscito sull’ultimo numero di ComoZero Periodico in distribuzione dal 27 febbraio scorso

Secondo i manuali di negoziazione, ogni forma di concertazione si articola intorno a due concetti fondamentali: il primo è l’obiettivo, ciò a cui si tende, il traguardo più alto che rappresenterebbe al meglio le aspettative che ci si era posti.

Il secondo è il punto di caduta, inteso come il minimo di utilità che saremmo disposti ad accettare dall’accordo proprio perché questo possa realizzarsi, il limite sotto il quale non si è disposti a scendere per evitare che la nostra negoziazione si riveli una resa.

L’obiettivo spesso si struttura intorno a principi teorici e formali astratti; il punto di caduta, invece, assegna a questi principi connotazioni concrete.

Ora, per quanto nella questione stadio non si rilevi traccia alcuna di contrattazione o di processo partecipato, appare piuttosto evidente come il movimento che si sta esprimendo in maniera critica sul “rapporto privato” che il Comune di Como sta intessendo con la famiglia Hartono, stia destinando la propria comunicazione a un equilibrio assolutamente sbilanciato tra obiettivo e punto di caduta, con una sovraesposizione del primo e un’assenza pressoché totale del secondo.

Uno squilibrio che finisce per ridimensionare l’appeal di istanze che non riguardano solo chi risiede all’interno del perimetro che delimita il Sinigaglia, ma che tutta la città dovrebbe percepire come legittime.

Dal punto di vista architettonico – se è vero che l’ultimo parere della Soprintendenza (qui i dettagli) ha sdoganato il progetto di uno stadio con altezze riviste ai 19 metri – la questione più spinosa rimane quella dei parcheggi che serviranno la struttura.

E qui, un primo punto di caduta sotto il quale non recedere di un millimetro potrebbe consistere davvero nella rinuncia a un autosilo al Pulesin e alla demolizione della Corridoni, proponendo con convinzione l’alternativa di un autosilo alla ex Stecav insieme a un posteggio di servizio per gli eventi sportivi da costruirsi sotto lo stadio stesso, sul modello di quello del museo LAC di Lugano.

Proposta che, insieme alla pedonalizzazione dell’area, allontanerebbe il rischio di congestionamento viabilistico sul quartiere.

Ma se lo scopo è allargare l’orizzonte e far capire alla città che dalla riqualificazione del Sinigaglia potrebbero derivare vantaggi per tutti, la partita vera ruota intorno al canone di concessione che la società dovrebbe versare ogni anno nelle casse comunali.

La partita la vinci qui, quando metti a confronto lo stadio di Bergamo, dove i Percassi hanno rifatto un impianto da 23mila posti in cambio di 2500mq di spazi commerciali, con il progetto di un Sinigaglia da 14mila posti e 19mila mq di area a business. E la vinci solo quando cominci a vedere quei 19mila mq non più come uno scandalo, ma come una risorsa da restituire alla comunità misurata in base al ritorno sociale dell’investimento.

E’ sul valore economico che producono quei 19mila mq – ma soprattutto sulla quota parte che potrebbe tornare alla città – che si deve costruire un consenso diffuso, è qui che si possono superare barriere e diffidenze.

E’ qui che il partenariato pubblico/privato ha l’occasione di rideterminarsi, assicurando al pubblico la regia dell’operazione insieme a quello di garante del progetto. Immaginiamo allora che il canone di concessione – finalmente parametrato in base alla resa potenziale di una delle aree più identitarie della città – invece di un’entrata destinata a impinguare in maniera anonima le casse comunali, assuma la forma di una tassa di scopo emblematica, come nel caso in cui venisse indirizzata a tutte le società dilettantistiche che in città sono il riferimento per la pratica sportiva di base di migliaia di ragazzi.

Società che oggi spendono decine di migliaia di euro per l’affitto e la manutenzione di palestre e impianti di proprietà comunale. Un costo che viene poi necessariamente distribuito sulle famiglie dei ragazzi.

Chi potrebbe non rendersi conto del valore sociale di una misura del genere? Per non parlare poi dell’ipotesi di una gestione condivisa dell’impianto – serate di cinema all’aperto, concerti, spettacoli teatrali – almeno nei mesi estivi, quando il campionato di calcio è fermo e l’afflusso di turisti è ai suoi massimi. Magari riservando ai residenti un accesso gratuito agli eventi in cartellone.

E’ questo il luogo dove una politica accorta e capace di fare sintesi tra istanze non del tutto sovrapponibili potrebbe dimostrarsi elemento di raccordo tra centro e periferia, tra interessi particolari e generali. E l’unico modo per farlo è individuare uno spazio di compromesso – il nostro punto di caduta – e riempirlo di suggestioni concrete da consegnare alla città. Immaginabili, praticabili, possibili.

Perché la distanza che allontana sempre più la cittadinanza dall’autoreferenzialità narcisistica e ombelicale della politica tradizionale sta tutta nell’incapacità di quest’ultima di proporre soluzioni tangibili a fronte a problemi complessi. Una tara che l’antipolitica ha imparato a conoscere da un pezzo.

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