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Como, le elezioni 2027 nel post referendum: “Centrodestra al bivio, quei voti in movimento e la protesta silenziosa”

Come assai spesso accade il presidente del circolo Willy Brandt Giuseppe Doria offre analisi profonde e articolate sul piano sociopolitico cittadino. E’ il caso dell’ultimo intervento che parte dal risultato schiacciante del No al referendum sulla giustizia e arriva a una disamina prospettica in vista del voto amministrativo del 2027 a Como. Ecco un intervento che, indipendentemente da come lo si giudicherà, merita di essere letto integralmente e con molta attenzione perché pone questioni centrali al dibattito pubblico visto che la campagna elettorale è di fatto già iniziata:

Como, la marea del NO: il capoluogo si stacca dalla provincia e lancia la sfida al 2027

Il referendum boccia la riforma con oltre 15 milioni di voti contrari e si trasforma in un giudizio politico sull’esecutivo. Ma è nei territori che emergono le dinamiche più interessanti: a Como il No vince in città mentre la provincia resta sul Sì, rivelando una frattura urbana e un elettorato mobile che potrebbe ridisegnare gli equilibri alle prossime amministrative.

Il Dato Nazionale: Un Messaggio di Equilibrio

Il risultato del referendum sulla giustizia segna un passaggio politico che va oltre il merito della riforma. Il voto ha assunto, nei fatti, il carattere di una consultazione sull’azione di governo e sulla leadership della Presidente del Consiglio. Quando accade questo, il giudizio degli elettori tende a diventare complessivo, e non più limitato al contenuto specifico del quesito.

I numeri nazionali sono chiari: il No prevale con il 53,24%, pari a 15.085.410 voti, mentre il Sì si ferma al 46,76%, con 13.250.709 voti. Un divario netto, superiore a 1,8 milioni di voti, accompagnato da una partecipazione elevata, che conferma come una parte significativa del Paese abbia voluto esprimere un segnale politico, oltre che una valutazione sulla riforma.

Il dato dell’ampiezza del consenso per il No indica infatti una domanda più generale di equilibrio, ascolto e cambiamento. Non si tratta soltanto di una valutazione tecnica sulla giustizia, ma di un messaggio rivolto all’azione di governo nel suo complesso.
A questo quadro si aggiunge un elemento che merita particolare attenzione: il ruolo delle giovani generazioni. Le analisi del voto indicano come il No abbia raccolto un consenso particolarmente significativo tra gli elettori più giovani. Si tratta però di un elettorato sempre meno riconducibile agli schieramenti tradizionali: mobile, esigente, spesso critico sia verso il governo sia verso le opposizioni, più orientato da temi e sensibilità che da appartenenze consolidate.

Allo stesso tempo, sarebbe un errore leggere questo risultato in modo semplicistico, come se si trattasse di un travaso diretto di consenso verso il centrosinistra. Il 53,24% dei No non costituisce un blocco politico omogeneo, ma una maggioranza composita, attraversata da motivazioni diverse: voto di merito, sensibilità costituzionale, critica al governo e anche forme di protesta. In un referendum, più che in un’elezione politica, si sommano orientamenti differenti che difficilmente si traducono automaticamente in una scelta elettorale coerente.

Una parte di questo voto ha certamente espresso un giudizio sull’azione dell’esecutivo, ma il voto di opinione e il voto di protesta sono, per loro natura, mobili e non strutturati. Possono evolvere, disperdersi o persino ritornare all’astensione. Inoltre, l’assenza di un’offerta politica unitaria e riconoscibile rende ancora più complesso trasformare questo consenso in una prospettiva di governo alternativa.

Resta però un elemento politico rilevante: nel No si è manifestata una domanda di cambiamento che attraversa il Paese. Non è ancora una maggioranza politica, ma è un segnale. Sta ora alle forze di opposizione — e più in generale a chi intende costruire un’alternativa — saperlo interpretare senza forzature, con serietà e visione, trasformando una critica diffusa in una proposta credibile.

Perché i referendum possono indicare un orientamento, ma solo la politica è in grado di dargli una direzione.

I numeri, tuttavia, meritano un’ultima riflessione. Oltre 15 milioni di voti contrari alla riforma non coincidono con il perimetro elettorale di uno schieramento: includono quote significative di elettori che alle politiche hanno scelto o potrebbero scegliere diversamente, così come cittadini che normalmente si astengono. I flussi elettorali, soprattutto in consultazioni referendarie, seguono logiche meno prevedibili: una parte del consenso si muove per convinzione, una parte per reazione, un’altra ancora per contingenza.

È in questa mobilità che va letto il risultato: non come la fotografia di un nuovo equilibrio già definito, ma come un movimento.

Il Caso Como: La Frattura tra Città e Territorio

Uno sguardo più ravvicinato al caso di Como conferma e rafforza questa lettura. Se nella provincia il Sì raggiunge il 57,74% (167.153 voti), confermando l’orientamento tradizionale del territorio, a Como capoluogo il risultato si ribalta: il No prevale con il 51,11% (19.163 voti contro i 18.334 del Sì).

Questa discrepanza non è solo statistica, è profondamente politica. Entrando nel dettaglio delle sezioni, emerge una polarizzazione netta: il Centro e la Convalle trainano il No, con percentuali che superano il 54% nelle aree a più alta concentrazione di voto d’opinione e professionale; le periferie — da Rebbio ad Albate fino a Sagnino — restano invece più allineate al Sì, in continuità con il dato provinciale.

È proprio in questa frattura urbana che si apre la prospettiva delle amministrative del 2027.

Il dato del No a Como — oltre 19 mila voti — è significativamente più ampio del bacino che nel 2022 aveva sostenuto il centrosinistra al ballottaggio (11.345 voti contro i 14.067 del sindaco Rapinese). Questo “surplus” segnala l’esistenza di un elettorato ampio, moderato e civico, che non si riconosce pienamente nell’attuale amministrazione ma che non è ancora confluito in un’alternativa politica definita.

Verso il 2027: Il Centrodestra al bivio

In questo scenario, la partita si gioca soprattutto nel campo del centrodestra e dell’area civica. Il referendum ha mostrato una domanda di serietà istituzionale e di equilibrio che i partiti tradizionali faticano a intercettare in ambito urbano, stretti tra il civismo del sindaco e una difficoltà di radicamento nelle aree più dinamiche della città.

Il dato del No a Como (oltre 19.000 voti) è significativamente più ampio del bacino che nel 2022 sostenne il centrosinistra al ballottaggio (11.345 voti). Questo “surplus” di voti suggerisce l’esistenza di un vasto elettorato di area moderata e civica che non si riconosce più nell’attuale amministrazione Rapinese, ma che non è ancora approdato all’opposizione progressista.

Entrando nel dettaglio delle sezioni elettorali, si nota una chiara polarizzazione: Le sezioni del Centro e della Convalle (sez. 39–45) mostrano una prevalenza del No, con percentuali superiori al 54%, nelle aree a più alta concentrazione di voto d’opinione e professionale. Le periferie (Rebbio, Albate, Sagnino — sez. 1–10, 61–74) risultano invece più allineate al Sì, in continuità con il dato provinciale.

Questa divisione urbana segnala che la sfida politica per le amministrative del 2027 sarà complessa. Il “surplus” di voti No a Como (oltre 19 mila) supera il bacino che nel 2022 aveva sostenuto il centrosinistra al ballottaggio (11.345 voti contro i 14.067 del sindaco Rapinese), indicando un elettorato ampio, moderato e civico, critico verso l’attuale amministrazione, ma non ancora confluito in un’alternativa politica definita.

In questo scenario, la vera novità potrebbe arrivare dalla costruzione di una nuova offerta di centrodestra. Il referendum ha dimostrato che esiste una domanda di serietà istituzionale che i partiti tradizionali (Lega e FdI) faticano a intercettare in città, schiacciati tra il civismo “urlato” del Sindaco e la sconfitta referendaria urbana.
Le possibili traiettorie sono due: da un lato la nascita di una nuova proposta civica di area moderata, capace di rappresentare il voto urbano e professionale emerso nel No; dall’altro il tentativo, più complesso, dei partiti tradizionali di riassorbire questo elettorato attraverso un rinnovamento della classe dirigente.

Como si conferma così un laboratorio politico: non cambia automaticamente campo, ma segnala uno scarto tra amministrazione e corpo elettorale, tra rappresentanza e domanda sociale. La sfida per il 2027 sarà proprio questa: interpretare questi voti mobili — giovani, urbani, spesso critici — e trasformare una protesta silenziosa in una proposta credibile di governo della città. 

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