Uno degli obiettivi più proclamati dai candidati sindaco in lizza per le prossime elezioni è senza dubbio – sintetizziamo noi – “rimettere in moto la macchina comunale”. Frase non attribuibile nello specifico a un singolo contendente ma pensiero che solca trasversalmente tutte le coalizioni. E come se non bastasse, con toni spesso (molto) più forti – nei toni generali e nelle singole parole – i cittadini/elettori che guardano a Palazzo Cernezzi, quando parlano di dirigenti e funzionari, esprimono critiche pesantissime, talora irriferibili e non raramente un po’ preconcette.
In questo quadro – come abbiamo riferito ieri – va annotata anche l’opinione espressa dal presidente di Confindustria Como, Aram Manoukian, il quale, pur in un breve passaggio dell’intervento pronunciato l’altra sera allo Yacht Club, si è riferito alla macchina comunale con il termine di “palude” (originando questa riflessione: capito quanto sarebbe importante che i “big” della città entrassero più spesso nel dibattito pubblico?).
Ma se, in realtà, quella “palude”, quei criticatissimi dirigenti e funzionari di Palazzo Cernezzi, non fossero altro che il frutto della qualità degli amministratori eletti (e dunque anche degli elettori a monte) che scelgono e selezionano la burocrazia su cui poi fare affidamento?
Lo spunto – tutt’altro che banale – viene dall’avvocato ed ex assessore nella giunta Lucini, Lorenzo Spallino, in una riflessione affidata a Medium che riprende per larghissima parte un pensiero espresso a suo tempo dal padre, lo storico sindaco di Como Antonio.
Di suo, Lorenzo scrive un passaggio di questo tenore, ripensando all’esperienza in giunta: “Saranno i cinque anni passati lì dentro, sarà la tradizione familiare, ma l’idea è quella di una macchina tanto complessa quanto non di rado umiliata da chi è stato stato scelto per guidarla”.
Una sorta di premessa al passaggio centrale della riflessione, questa volta di Antonio Spallino. Il seguente: “Le istituzioni sono espressione della società: e più la società privilegia valori negativi, più le istituzioni sono investite da questi disvalori e più la gestione delle istituzioni, allontana dalla politica gli uomini che vivono la vita quotidiana nella professione, negli impieghi, in senso pieno, più le istituzioni saranno occupate dai falliti della vita”.
Di seguito, il testo integrale.
Presente all’interessante incontro di martedì 10 maggio organizzato da Barbara Minghetti presso lo Yacht Club di Como, il Presidente di Confindustria Como, Aram Manoukiam, ha rotto la tradizionale riservatezza per un breve ma sentito intervento per sensibilizzare, più i presenti che i relatori, a far rete attorno al prossimo primo cittadino.
«Io auguro a Barbara di essere un’amministratrice meravigliosa ma auspico che oltre alla leadership ci siano un’alleanza, una mobilitazione, spirito e anima per sostenerla perché altrimenti, se lei va lì in quella palude, in questa città distratta e un po’ dormiente, farà molta fatica».
Ero presente e con tutto l’affetto e la stima per Aram Manoukiam, ottimo presidente della principale associazione di categoria di questa città, confesso che mi è suonata stonata la definizione del Comune come una palude.
Saranno i cinque anni passati lì dentro, sarà la tradizione familiare, ma l’idea è quella di una macchina tanto complessa quanto non di rado umiliata da chi è stato stato scelto per guidarla.
Ritornano le parole pronunciate il 24 febbraio 1992 da mio padre in un incontro organizzato presso la Biblioteca Comunale dal titolo “Etica e prassi” (*), titolo profetico se da lì a pochissimo avrebbe avuto avvio la stagione di Mani Pulite.
Dialogando con il professor Luigi Lombardi Vallauri a proposito delle spinte criminogene e della cultura dell’amministrazione, papà disse:
“L’istituzione, dicevo, in che situazione si colloca? Certo essa attraversa una situazione estremamente delicata, che è il riflesso della società, perché è solo angelistico pensare che le istituzioni, ma anche lo sport, siano dei satelliti che galleggiano salvifici per qualche loro particolare dote. Le istituzioni sono espressione della società: e più la società privilegia valori negativi, più le istituzioni sono investite da questi disvalori e più la gestione delle istituzioni, allontana dalla politica gli uomini che vivono la vita quotidiana nella professione, negli impieghi, in senso pieno, più le istituzioni saranno occupate dai falliti della vita. E badate che i falliti della vita hanno una sorta di attitudine schizofrenica: non potendo dimenticare i fallimenti propri sono preda del bisogno di trasferire sui loro funzionari, trasformate in arroganza, le frustrazioni che hanno dentro di loro. Il che vuol dire distruggere l’apparato della burocrazia”.
Se è così, ha sicuramente più che ragione il Presidente di Confindustria Como quando dice che oltre alla leadership ci deve essere un’alleanza con la società – e dovremmo tutti riflettere sul fatto che queste parole siano state pronunciate da una persona nota per la sua riservatezza – ma sono convinto che tutto parta da una scelta a monte da parte della società.
Parafrasando Gaber a proposito di Berlusconi (in realtà la frase è di Gian Piero Alloisio), non temo la palude in sé. Temo la palude in me.
(*) Etica e prassi è una quaderno dell’allora centro culturale della Democrazia Cristiana, A. De Gasperi, stampato con il n. 2/1992. Interventi di Luigi Lombardi Vallauri e Antonio Spallino. Prefazione di Maurizio Padoan e postfazione di Giuseppe Anzani.