“Nego nella maniera più assoluta di aver danneggiato la lapide. Rivendico invece di avere tolto i fiori che erano stati posti da una squadra di fascisti quella notte”. Inizia così il lungo racconto affidato a Altreconomia di Cecco Bellosi, originario di Colonno, personalità notissima sul Lago di Como, oggi fortemente impegnato nel sociale (da oltre trent’anni lavora come coordinatore dell’Associazione Comunità Il Gabbiano, che si occupa di tossicodipendenti, persone con problemi di sofferenza psichica, detenuti, minori in difficoltà, malati di Aids) e scrittore (“L’orlo del bosco. La cura delle dipendenze tra catene e libertà” l’ultimo suo libro uscito per DeriveApprodi, edizioni Comunità Concrete) ma inevitabilmente conosciuto anche per il suo passato nelle Brigate Rosse e ancor prima in Lavoro Illegale, banda armata collegata a Potere Operaio (qui abbiamo raccontato, anzi, ha raccontato a ComoZero la sua storia). Nella colonna brigatista Walter Alasia fino al 1979, Bellosi venne poi condannato e scontò – da irriducibili – 12 anni per banda armata e rapina di autofinanziamento.

Oggi il suo nome è tornato d’attualità per un episodio che è lo stesso Bellosi a raccontare, sempre ad Altreconomia, ovvero la perquisizione subita ieri mattina “in quanto indagato dalla procura di Como per aver danneggiato la lapide del dittatore fascista Benito Mussolini la notte del 28 aprile 2023”. Una perquisizione che – racconta sempre Bellosi – che “ha portato al sequestro, oltre che del telefono di lavoro, su cui vengo chiamato ogni giorno da persone in cerca di aiuto, di un quaderno di appunti con segnata la data del 28 aprile e lo svolgimento di quella giornata. Bene, si trattava degli appunti per il capitolo sul 28 aprile 1945 contenuti nel libro. Così il dottor Pizzotti (il Pm, ndr) potrà leggere la Storia per come è stata”. La perquisizione è avvenuta prima delle sette, quando cinque carabinieri (quattro uomini e una donna, due in borghese) si sono presentati all’abitazione di Bellosi con un mandato di perquisizione firmato dal sostituto procuratore Simone Pizzotti di Como, con anche la disposizione di sequestrare il telefono cellulare. L’accusa è di danneggiamento aggravato alla lapide di Benito Mussolini, gesto compiuto la notte del 28.04.2023, data della fucilazione del dittatore.
Bellosi non intenderebbe avvalersi né dell’avvocato d’ufficio che gli è stato messo dalla procura né di un avvocato di fiducia, difendendosi da solo.
Tornando sul gesto di aver tolto i fiori dalla lapide che a Giulino di Mezzegra, davanti al cancello di Villa Belmonte dove Mussolini e Claretta Petacci furono giustiziati dai partigiani, Bellosi racconta: “Il 28 aprile è una data simbolo e Giulino di Mezzegra è un luogo simbolo: lì è finito il regime fascista dell’epoca (altro è il discorso sul fascismo eterno descritto da Umberto Eco e che si ripropone oggi), con il dittatore travestito da tedesco e i gerarchi in fuga da loro stessi e dalle loro nefandezze. Fermati da 27, ripeto 27, eroici partigiani della Cinquantaduesima Brigata Garibaldi. In quel luogo ci dovrebbero essere le loro fotografie, non quelle di un dittatore giudicato dagli Alleati come il criminale di guerra numero due. Il primo era Adolf Hitler. Quella lapide lì, a Giulino di Mezzegra, è, in sé, apologia di fascismo. Come se a Berlino ci fosse una lapide sul bunker di Hitler. Cosa che i tedeschi si sono ben guardati dal fare o dal lasciar fare. Cosa che invece le istituzioni in Italia hanno sempre concesso, permettendo allo stesso tempo la reiterazione del fascismo eterno”.

E ancora: “Con i fascisti che ogni anno intervengono con tutti i segni e i gesti dell’apologia del regime, nel silenzio e nell’ignavia della magistratura di Como. Invece di perseguire i fascisti, si mettono alla caccia degli antifascisti. Sono antifascista e comunista dall’età di 15 anni. E ne ho settantacinque. Bene, prendo atto che esiste un nuovo reato: l’antifascismo. Il rovesciamento della storia. O l’adeguamento ai tempi”.

Ora, però, l’inchiesta che lo ha coinvolto direttamente e su cui arriva, tra le prime, la presa di posizione dell’Arci di Como, tramite il presidente Giampaolo Rosso. La nota integrale di seguito.
Il fatto che Cecco Bellosi, sia stato sottoposto a una perquisizione domiciliare in base all’accusa di avere danneggiato la lapide di Mussolini a Giulino di Mezzegra è il segno di un capovolgimento della realtà.
Mentre il governo vaneggia di riappacificazioni consistenti nel tentativo di riscrivere la storia e stravolgere la realtà della lotta di liberazione dagli orrori militari, sociali, culturali, etici imposti dalla disumana dittatura fascista.
Mentre si permettono ancora manifestazioni celebrative del fascismo e dei suoi gerarchi e si rinchiudono in una piazza angusta le forze democratiche affermando di volerle proteggere, ma sostanzialmente confinandole per lasciare libero spazio a azioni illegali.
Mentre si straparla di italianità, di Patria, di ordine e disciplina, con una pericolosa tendenza verso un regime nazionalista e oscurantista fondato sulla religione del profitto.
Mentre l’Italia per dare aiuto al popolo Ucraino sceglie, in aperto contrasto al dettato costituzionale, la guerra rinunciando a ogni prospettiva di trattativa e di tutela della vita delle persone di entrambi gli schieramenti quotidianamente uccise al fronte.
Mentre si distrugge il futuro dei giovani e dell’ambiente, si affama il lavoro e si attacca la libertà delle donne.
Mentre tutto ciò ci affligge, ecco la salvezza: colpire la voce degnissima di un antifascista, un intellettuale attivo da trenta anni nell’associazione Comunità il gabbiano accusandolo di danneggiamento di una lapide che semplicemente non dovrebbe esistere.
Non troviamo parole migliori delle sue per ribattere a questo scandaloso attacco a Cecco Bellosi e a tutto l’antifascismo.