Il welfare italiano torna dove è nato. Al Grand Hotel Tremezzo, a 80 anni dal convegno che nel 1946 sancì il passaggio dalla beneficenza di Stato ai veri diritti di cittadinanza, Consiglio Regionale dell’Ordine Assistenti Sociali (CROAS) Lombardia e Associazione Nazionale Comuni Italiani (ANCI) Lombardia si sono confrontati sulle emergenze e sul futuro delle politiche sociali tra memoria storica e forte pragmatismo amministrativo. Due giorni di lavori, aperti venerdì 30 ottobre a Tremezzina, in uno scenario in cui emerge con forza il ruolo cruciale e l’identità profonda degli assistenti sociali.
Nel suo intervento di apertura, Simona Regondi, presidente CROAS Lombardia, ha ricordato come l’assistente sociale sia nato a Tremezzo per essere una figura laica e preparata, un “operatore della democrazia” con il compito di connettere bisogni delle persone e risorse pubbliche e di rendere concreta “l’uguaglianza sostanziale” definita dall’articolo 3 della Costituzione. “Non siamo solo tecnica. Siamo una professione con un ruolo politico altissimo. Rappresentiamo il luogo fisico ed emotivo in cui le persone incontrano le istituzioni. Noi siamo, per storia e per scelta, custodi della democrazia sostanziale nelle periferie esistenziali delle nostre città”.
La presidente ha ribadito che il servizio sociale italiano “rifiuta le etichette” e considera la persona sempre inserita nella propria comunità. In un sistema sottofinanziato, difendere la Costituzione “richiede una vera e propria scelta di resistenza etica”. Regondi ha denunciato inoltre la tendenza a usare la professione come capro espiatorio: “Significa ricordare con fermezza che la nostra responsabilità etica si rivolge alla Repubblica e ai cittadini, non al potere politico del momento. Il nostro mandato è autonomo. Dobbiamo ribadire che quando la politica attacca la professione, sta implicitamente attaccando il sistema di tutele pubbliche che noi difendiamo”. Chiedendo alla politica di riconoscere questo mandato istituzionale e di lasciarlo compiere, ha concluso ricordando che il servizio sociale è “un investimento strategico sul capitale umano del Paese, non un costo da tagliare al primo bilancio”.
Al centro del dibattito, quindi, la tenuta del sistema sociale e il nodo cruciale delle risorse. Mauro Guerra, presidente ANCI Lombardia e sindaco di Tremezzina, ha richiamato l’eredità dei padri costituenti invitando a mantenere una “tensione utopica per affrontare meglio la concretezza del presente”. Guerra ha inoltre evidenziato le crescenti difficoltà dei Comuni, la cui spesa sociale supera oggi i 9 miliardi di euro a fronte di fabbisogni riconosciuti per meno di 5 miliardi, sottolineando il grave pericolo di fissare formalmente i Leps (Livelli Essenziali delle Prestazioni Sociali) senza garantire le condizioni strutturali, finanziarie e professionali per attuarli.
Un quadro confermato da Pierciro Galeone, direttore Ifel (Istituto per la Finanza e l’Economia Locale), che pur definendo il welfare italiano “la storia di un successo”, ha denunciato l’anomalia di un’assistenza sociale finanziata attraverso 14 fondi nazionali frammentati. Dopo il suo intervento, nel panel moderato da Sara Alberici, vicepresidente CROAS Lombardia, la professoressa Carlotta Mozzone, assegnista di ricerca presso il Dipartimento Culture, Politica e Società dell’Università di Torino, docente a contratto di Principi e Fondamenti del Servizio Sociale, membro del Comitato direttivo della Società per la Storia del Servizio Sociale (SOSTOSS), ha ricordato il valore storico e l’eredità di Tremezzo. Un’occasione per ripensare il sociale come motore di democrazia e ribadire come il suo ruolo politico sia al tempo stesso garanzia di cittadinanza e difesa dei diritti.
L’intervento successivo di Franca Maino, professoressa associata presso il Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche dell’Università degli Studi di Milano e direttrice scientifica del Laboratorio Percorsi di Secondo Welfare, si è concentrato sulla transizione da un modello puramente assistenziale a un welfare collaborativo e plurale. Per rispondere a bisogni complessi, la sfida è superare la logica dell’emergenza attraverso una governance radicata sul territorio. Mettendo in rete le istituzioni e i nuovi attori, come il Terzo Settore, in un vero “welfare di comunità”, si mira a generare un impatto sociale duraturo, un processo che richiede un profondo ripensamento delle professioni sociali.
Fino agli affondi di Cristiano Gori, professore ordinario di politica sociale nel Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Trento, dove presiede il Corso di Laurea Specialistica in “Metodologia, Organizzazione e Valutazione dei Servizi Sociali” capace di stimolare e provocare il pubblico nel suo intervento dal titolo: “Politiche e professione: amiche e nemiche? Un excursus sulla storia recente del welfare italiano”.
Infine, Renato Sampogna, dirigente della Direzione per lo sviluppo sociale e gli aiuti alle povertà del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali e responsabile della programmazione sociale nazionale e delle politiche sociali in favore dell’infanzia e dell’adolescenza con relativa gestione delle risorse finanziarie correlate, ha posto l’accento sulla costruzione di risposte integrate e sulla responsabilità imprescindibile delle istituzioni nel garantirle. Dalla sua analisi è emersa con chiarezza la centralità dei Leps e del sistema integrato dei servizi sociali, all’interno del quale la figura dell’assistente sociale agisce da perno fondamentale, in costante sinergia con gli altri professionisti dell’équipe multidisciplinare, per assicurare i livelli essenziali di assistenza in ogni ambito territoriale.
La sessione pomeridiana, aperta dalla suggestiva lettura scenica “Guardare lontano” scritta per l’occasione Michela Prando, educatrice e attrice capace di coinvolgere il pubblico anche sul palco tra parole e danza, è stata moderata da Silvana Nicola, segretaria e consigliera CROAS Lombardia e ha spostato il focus sulle prospettive future della professione, a partire dalla formazione e dall’organizzazione dei servizi.
Ad aprire il panel è stata Annamaria Campanini, già professoressa associata all’Università di Milano Bicocca ed ex presidente dell’International Association of Schools of Social Work. L’intervento di respiro internazionale ha evidenziato la necessità di superare una formazione basata sulla mera trasmissione di contenuti, per abbracciare un approccio “trasformativo”. Di fronte a sfide come migrazioni, disuguaglianze e cambiamenti demografici, Campanini ha indicato nei Global Standards for Social Work Education un riferimento essenziale per formare professionisti dotati di pensiero critico, radicati a livello locale ma con una forte apertura internazionale.
Elena Cabiati, professoressa ordinaria di Sociologia Generale all’Università Cattolica del Sacro Cuore. Riprendendo le fila del dibattito del 1946, ha analizzato le premesse, le tensioni e le speranze che caratterizzano oggi la formazione al Servizio Sociale, sottolineando come un continuo processo di riflessione critica – capace di unire memoria storica e visione prospettica – sia condizione necessaria per continuare a evolversi come assistenti sociali, con la consapevolezza che “il vigente ordine delle cose è tutt’altro che definitivo”. “Formarsi e non soltanto formare” dev’essere dunque la strada che studenti e studentesse devono intraprendere senza delegare soltanto ai docenti la loro formazione.
Sul piano politico-valoriale, Mara Sanfelici, professoressa associata di Servizio Sociale all’Università di Milano Bicocca, ha proposto il concetto di “cura della democrazia”. Ricordando che essa prende forma nella vita quotidiana e nella relazione tra cittadini e istituzioni, e ha esortato il Servizio Sociale a non ridursi a mero strumento di disciplinamento. “Prendersi cura non significa soltanto erogare prestazioni, ma rendere visibili le radici sociali della sofferenza”, ha affermato Sanfelici, invitando le istituzioni a garantire condizioni di lavoro che sostengano la partecipazione e il “dissenso responsabile”.
Il tema delle competenze necessarie a guidare questi processi è stato affrontato da Michele Bertola, già Direttore Generale in numerosi Comuni e formatore. Il suo intervento “C’è ancora domani” si è interrogato su come formare i dirigenti del welfare del futuro. La risposta risiede nell’uscire dalla logica di settore per diventare “dirigenti di comunità”, capaci di gestire l’incertezza, costruire reti, affrontare i problemi emergenti e portare lo sguardo del welfare anche nelle altre politiche pubbliche.
Onelia Rivolta, direttrice di AnciLab e pedagogista, ha riflettuto sull’impatto dell’intelligenza artificiale e del digitale nei servizi. Lungi dall’essere una minaccia, la tecnologia deve diventare un’occasione per riscoprire il valore umano insostituibile del lavoro sociale: la capacità di ascolto, la valutazione professionale, la responsabilità delle decisioni e la mediazione. La sfida per gli enti locali è governare l’innovazione digitale affinché “non riduca la persona a un dato”, mantenendo l’efficienza al servizio dei diritti e dell’umanità dell’intervento.
La sfida condivisa è chiara: costruire una comunità più equa, inclusiva e giusta, ponendo al centro il valore intrinseco delle persone e delle risorse del territorio.
“La nostra comunità professionale ha un ruolo politico. Noi ce lo ricordiamo, voi lasciatecelo compiere” uno dei messaggi finali di Simona Regondi, presidente CROAS Lombardia.
Il convegno “Da Tremezzo al futuro” nel Grand Hotel Tremezzo prosegue oggi, sabato 31 ottobre. Tra gli interventi quello di Barbara Rosina, presidente del Consiglio Nazionale Assistenti Sociali (CNOAS).
