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Il ritorno dello sci sui monti comaschi (e non solo): “Il turismo invernale fa bene a territorio ed economia”

Ieri abbiamo dato conto – tramite la nota del Coordinamento Salviamo il San Primo, come noto fortemente contrario al progetto per riportare anche lo sci sul monte comasco – del rapporto “Nevediversa” di Legambiente. Al cuore del dossier, i tantissimi impianti chiusi in Lombardia e in tutta Italia tra cambiamento climatico, assenza di neve e altre questioni aperte.

Oggi, con tono decisamente critico rispetto a quelle posizioni, arriva la nota di Anef, Associazione nazionale esercenti funiviari.
La riportiamo di seguito.

Come si evince dai risultati dello studio commissionato da ANEF a PwC Italia, L’economia della Montagna. Impatti e sfide del sistema montagna in Italia – appena pubblicato – il rapporto “Nevediversa” di Legambiente continua a raccontare solo metà della realtà della montagna.

Ogni anno il rapporto “Nevediversa” propone una lettura del turismo invernale che tende a rappresentare gli impianti di risalita quasi esclusivamente come un problema ambientale e come un costo pubblico.

È una narrazione che rischia però di risultare fortemente parziale, perché trascura un elemento fondamentale: nelle aree alpine e prealpine il turismo legato alla neve non è soltanto un’attività sportiva, ma una vera infrastruttura economica territoriale.

Gli impianti di risalita non producono valore solo attraverso la vendita degli skipass. Attorno allo sci ruota un’intera filiera economica che coinvolge alberghi, rifugi, ristoranti, scuole di sci, noleggi, trasporti locali, commercio e servizi turistici.

Proprio per questo motivo numerose analisi economiche, come quella realizzata da PwC-ANEF, parlano di un forte effetto moltiplicatore del turismo invernale: ogni euro speso direttamente nello sci genera una ricaduta molto più ampia sull’economia del territorio. Studi citati anche dalla stampa economica indicano che questo effetto può arrivare fino a otto euro di ricaduta economica complessiva per ogni euro speso negli impianti.

Guardare quindi solo al bilancio delle società funiviarie senza considerare l’intera economia generata dal turismo invernale significa osservare solo una parte del fenomeno.

I numeri complessivi del settore aiutano a capire meglio la dimensione reale del fenomeno. In Italia il comparto funiviario genera circa 1,3 miliardi di euro di fatturato diretto ogni anno, con una ricaduta economica complessiva che supera ampiamente i 7 miliardi di euro considerando l’indotto turistico.

Questi numeri spiegano perché il turismo invernale rappresenti una delle principali leve economiche per molte aree montane.

C’è poi un aspetto che raramente compare nei rapporti di Legambiente: il ruolo sociale degli impianti di risalita. In molte vallate alpine e prealpine lo sci rappresenta uno dei principali motori economici locali. Attorno alla stagione invernale ruotano migliaia di posti di lavoro diretti e indiretti e un tessuto di imprese turistiche che consente a molte comunità montane di mantenere servizi, occupazione e popolazione residente.

Senza questa economia, molte aree montane rischierebbero un rapido impoverimento economico e un ulteriore spopolamento.

Il limite più evidente del rapporto “Nevediversa” è quindi metodologico: infatti nel documento si prendono in considerazione solo il numero degli impianti, la dimensione delle aree sciabili, e gli investimenti pubblici deliberati, ma non si affronta con la stessa precisione il valore sociale ed economico complessivo generato dal turismo invernale.

In altre parole, non si misura il valore prodotto. Questo approccio finisce inevitabilmente per costruire una narrazione selettiva, che non restituisce la complessità reale delle economie di montagna.

Il turismo invernale non è un tema ideologico, ma una questione economica e territoriale. E qualsiasi analisi seria sul futuro della montagna dovrebbe partire proprio da questo dato di realtà.

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