Turni massacranti, protocolli da rispettare, mascherine, guanti e pochissimo tempo per fermarsi a pensare.
Ma, sotto il camice, un cuore diviso tra quello che si riesce a fare e quello davanti a cui, purtroppo, si è costretti a fermarsi.

Questi sono, in questi giorni, i medici, gli infermieri e tutti gli operatori che lavorano in ospedale e che combattono per cercare di aiutare quante più persone possibile cercando di non perdere di vista il fatto che non si tratta solo di pazienti ma, appunto, di persone.

Abbiamo provato a farci spiegare da Mario Guidotti, primario di Neurologia, Direttore del dipartimento medico e portavoce dell’ospedale Valduce, come si vive in questi giorni nei reparti blindati e il suo racconto è una sottile danza tra lo spirito organizzativo di chi non arretra di un millimetro e il dolore di chi, umanamente, vorrebbe poter fare di più ma non può.

“L’ospedale è stato completamente riorganizzato come da indicazioni regionali e nazionali e si è quasi completamente bloccato per dedicare tutte le risorse ai malati di Covid-19 che stanno arrivando – racconta – abbiamo predisposto un’intera ala al primo piano, che è già piena, e ne abbiamo appena messa a disposizione un’altra, oltre alla Terapia intensiva”.

Perché quella che stanno combattendo i medici, infermieri e operatori è, a tutti gli effetti, una vera e propria guerra: “Mi ricorda perfettamente quello che ho imparato alla Scuola di Sanità Militare – racconta – c’è la trincea con i medici-soldato che entrano e escono, ci sono le tende dei primi capi, i primari, e dei capi dipartimento e ciascuno riceve in continuazione richieste, sollecitazioni, suggerimenti a cui si deve rispondere nel più breve tempo possibile. E anche i medici che, per motivi sanitari personali, non possono coprire i turni attivi, sono impegnati in attività di raccordo”.

Che, tradotto, significa anche mantenere i contatti con i parenti di chi è ricoverato. Un tasto doloroso che Guidotti fa, comprensibilmente, fatica a toccare e che è uno degli aspetti più delicati di questa emergenza.

“I parenti lasciano i malati in pronto soccorso e non li vedono più, a volte per sempre: non hanno modo di salutarli, di parlare con loro, neppure di sapere se hanno avuto una benedizione. Un dramma nel dramma – spiega – abbiamo dovuto creare un protocollo di gestione degli oggetti personali dei deceduti perché le famiglie, ovviamente in quarantena, non possono venire a riprenderli, oltre a non poter venire a salutare la persona che è mancata”.

E così l’ospedale si è organizzato per avere cura, finché sarà necessario, anche dei vestiti, della catenina o della fede nuziale da cui la nonna non si separava mai. Piccoli ricordi che forse saranno in grado di alleviare il dolore di chi non ha potuto essere lì, accanto ai propri cari.

“I parenti non possono ovviamente entrare in reparto ed è molto difficile anche permettere ai malati di mantenere i contatti con la famiglia – spiega Guidotti – chi sta abbastanza bene riesce a usare il cellulare ma è praticamente impossibile aiutare gli altri a fare una chiamata o a vedere in videochiamata la propria famiglia perché i medici devono proteggersi e con i guanti è difficile usare il telefono. Oltretutto, se si usa il proprio cellulare personale, occorre disinfettarlo perché può aver toccato materiale potenzialmente infetto. È tutto molto complicato”.

Ma si va avanti: “Stamattina sono mancati diversi malati. Cinicamente ci siamo detti che così avremmo avuti posto per aiutare chi si trovava in pronto soccorso, ma non è facile. Ogni volta che sentiamo arrivare un’ambulanza ci si gela il sangue. Però – chiude con un sorriso nella voce dopo tanto dolore – eri abbiamo mandato a casa i primi due pazienti guariti e da domani l’ospedale di Lanzo accoglierà i pazienti non acuti. Sono notizie che alleggeriscono il cuore”.