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Tassa sulla salute: scontro Ticino-Italia. “Violati i patti via i ristorni da giugno”. E c’è chi li vuole azzerare

La tensione diplomatica tra Canton Ticino e Roma raggiunge nuovi vertici. Al centro della disputa vi è la cosiddetta “tassa sulla salute”, un’imposizione che il consigliere di Stato Christian Vitta ha definito, già alcune settimane fa, come una vera e propria violazione unilaterale degli accordi sulla fiscalità dei frontalieri. Secondo Vitta, l’introduzione di questo prelievo sui “vecchi” frontalieri da parte dell’Italia contravviene ai trattati internazionali vigenti, aprendo la strada a contromisure finanziarie senza precedenti.

Il meccanismo dei ristorni a rischio

Il trattato internazionale che regola i rapporti fiscali tra i due Paesi stabilisce che il Ticino versi all’Italia una quota delle imposte prelevate (i cosiddetti ristorni), a condizione che Roma si astenga dal tassare direttamente i redditi dei lavoratori con permesso G. Tuttavia, l’applicazione della nuova imposta sanitaria italiana cambierebbe radicalmente lo scenario: se l’Italia iniziasse a prelevare imposte su questi redditi, la condizione base del trattato decadrebbe.

Da qui nasce la richiesta formale di una decurtazione dei versamenti, una posizione che sta raccogliendo un consenso trasversale nella politica ticinese.

La linea dura della Lega dei Ticinesi: “Bloccare il mega-versamento di giugno”

Sulla questione è intervenuta con fermezza la Lega dei Ticinesi, che ha ribadito una posizione storica di netta chiusura. “La nostra posizione sui ristorni dei frontalieri è nota: nemmeno dovrebbero esistere”, sottolineano gli esponenti del movimento, citando come modello il Lussemburgo, che non versa alcuna compensazione a Germania e Francia per i propri frontalieri.

In vista della scadenza di giugno, data prevista per il massiccio trasferimento di fondi verso l’Italia, la Lega chiede un atto di forza: “Ci aspettiamo che a giugno ci sia il blocco del mega-versamento in attesa di quantificare la riduzione. Una volta che i soldi sono stati inviati a Roma, non è più possibile chiederli indietro; non c’è motivo di regalare milioni all’Italia”.

Coro di proteste: le reazioni dal mondo economico e politico

Le critiche alla decisione di Roma non arrivano solo dai movimenti politici, ma coinvolgono figure di spicco del tessuto economico cantonale. In un approfondimento pubblicato dal Mattino della Domenica, diversi attori hanno espresso forti perplessità:

  • Luca Albertoni (Direttore Camera di Commercio Ticinese): Albertoni conferma l’esistenza di estremi giuridici per agire. “Ci troviamo di fronte a violazioni degli accordi esistenti. È necessario intervenire sui ristorni, bloccandoli in attesa di una risoluzione. La decurtazione è un’ipotesi più che concreta”.

  • Simona Genini (Deputata PLR in Gran Consiglio): La deputata pone l’accento sulla compatibilità internazionale. “Non avrebbe senso compensare l’Italia con il 40% se essa imponesse direttamente redditi che, per trattato, non le spettano. Spetta ora alla Confederazione dimostrare che la tutela degli interessi svizzeri non è negoziabile. Il rispetto degli impegni è la base imprescindibile della cooperazione”.

La palla passa ora a Berna: il Ticino chiede protezione e fermezza affinché gli accordi sottoscritti vengano rispettati integralmente da entrambe le parti.

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