Sembra incredibile ma subito dietro all’area dove ancora nuotano in gruppo i bus sfiancati e le pensiline sembrano corsie di una piscina d’asfalto, un tempo arrivava placido persino il furgone con le olive e le specialità meridionali. Anzi, forse erano un paio, l’altro con la frutta e la verdura. E la gente (ma c’è ancora gente che abita quella piazza e non la attraversa soltanto?) ci andava e tornava verso le case affacciate sulla fontana con i sacchettini un po’ unti, con il giornale sottobraccio – il Corriere della Sera vendeva 900mila copie al giorno, oggi meno di un terzo – e la farmacia modernissima che ora avvolge l’angolo su via Colonna si affacciava alla Napoleona da un portone anni ’30. È cambiato tutto a Camerlata da quella metà degli anni ’80 che riemerge a zampilli personali.

A guardarlo oggi, quello spazio che un tempo si proclamava quartiere e che da liceali-andata-e-ritorno dal Liceo Giovio si viveva fugacemente ma con qualche occhiata interessata, sembra un comasco invecchiato male. Anzi, facciamo una signora malconcia, per accordarci al femminile di “piazza”.
Cos’è rimasto di quel crocevia senza dubbio da sempre difficile e caotico, ma quarant’anni fa ancora legato da fili e rapporti più o meno visibili? Il traffico. Quello è una certezza: c’è sempre stato, forse era persino peggiore ed è stato capace di forgiare persino l’astratto della fontana. Poi resta la fisionomia di base. Quella sì, è sempre inconfondibile tra cerchi e bocce bianche al centro, il cosiddetto “Pirellino” che si staglia all’orizzonte per chi arriva dalla convalle e poi il cordone sempre più grigio attorno, un abbraccio di cemento e senza sorriso che si estende attorno alla vasca centrale dalla Varesina alla Paoli. Per il resto, vestigia di un mondo sparito.

Camminando a cerchio – primi passi da inizio Varesina a scendere – resiste il mitologico “Salone 2000”, con ancora la cornetta nell’insegna. Poi due buchi nel tempo: un piccolo bar chiuso e in vendita da secoli e un’altra vetrina spenta, che negli anni ’80 regalava sogni in videocassetta. Segue un segno dei tempi: “Luna Rossa-Pizza e Kebab”. C’era il Fornaio Beretta, per dire, dove i camerlatesi e gli studenti compravano il pane quotidiano e le focacce.

Basterebbe questo trio svanito – Top Gun su nastro, le rosette e l’edicolante dall’altro capo della piazza, proprio dietro alle cabine telefoniche già scomparse da vent’anni – per una Polaroid ingiallita. Continuando la passeggiata, sorpassato l’ex Padiglione GB Grassi del Sant’Anna – il cui futuro è ancora un mistero – si arriva al vialetto alberato tra via Colonna e Napoleona. Forse l’unico tratto ancora vivo tra aspirine, Piccolo Parco e bar.

Da lì c’è un sottopasso che ti fa sbucare all’altro capo della piazza, davanti ai portici anneriti dai fumi di passaggio. C’era un fruttivendolo, proprio all’inizio. Sparito. C’era più recentemente una Sala Slot. Chiusa. Resistono un bar e accanto la banca che svolta per un pezzo su via Canturina. Cioè dove si apre l’abisso.

I primi 100 metri di marciapiede sono un incubo: una vecchia pizzeria chiusa, un ufficio Mail Boxes Etc trasferito, il vecchio fiorista con l’insegna verde attorno che appassisce da tempo. E tutta un’altra selva di serrande polverose e calate senza pietà.




Solo attraversando la strada e tornando verso la piazza – il fontanone come stella polare – si trova qualche guizzo vitale: una “Accademia italiana della pizza” che annuncia la prossima apertura e di fianco una delle cose più curiose. Le cassette di mandarini e carote sotto l’insegna di un vecchio tatuatore. Quando si dice fusion.

Poi, però, svolti a sinistra e la tenerezza ti assale davanti a un pezzo di Camerlata con gli occhi chiusi. Era il bar di Paolo e Cruz, che a dicembre – dopo 50 anni di caffè e dialetto – hanno salutato tutti con questa frase: “Non è più tempo per i locali vecchio stile, è cambiato tutto”. Uno dice: “Vabbè, la solita solfa”. Forse c’è del vero. L’effetto nostalgia copre sempre un po’ tutto di un colore ingiallito che non fa la realtà. Però, se quel vecchio bar (dove comunque dentro sembra che qualcuno lavori: possibile rinascita?) ce lo si lascia alle spalle, e si torna a guardare verso la piazza, sbirciando sotto il Pirellino, la sensazione di un’agonia torna forte.

La mitologica sala biliardo che per decenni ha portato velluti verdi, sigarette e bianchini sotto il corpaccione del palazzo, è rimasta un monumento a se stessa ma imprigionata da una rete metallica che non si è mai più alzata. Persino il distributore che chissà quanti ettolitri di benzina ha sversato nei viaggi di tutti noi, oggi è chiuso e imprigionato tra reti di cantiere.

Il Pirellino si sta rifacendo il tetto, dunque tutti zitti. Un invito preso alla lettera anche sul lato lungo del piccolo isolato in cui affondano le radici dell’edificio: ci hanno provato con la qualunque lì dentro, dagli elettrodomestici ai materassi. Ora, solo un lungo sonno.


Come accanto, dove un tempo – che ricordi! – Camerlata comprava i pasticcini alla domenica – Pasticceria Ferrari, fino agli anni ’90 – e poi, superato l’ampio portone del palazzo, al lunedì si potevano fare persino le pratiche auto. Non c’è più niente di quel mondo antico. E quello nuovo di sicuro non è ancora nato.
