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La ristoratrice: “Mi vergogno di chi sfrutta i dipendenti. Denunciate, fate i nomi. Non siamo tutti così”

Seicento euro di compenso per 16 ore di lavoro nella ristorazione. La denuncia choc, riportata dapprima su ComoZero.it, che tanto clamore ha causato, fotografava la realtà di alcuni locali tra Porlezza e la Valle Intelvi durante la stagione estiva che andava a colpire soprattutto i lavoratori stagionali. Proprio uno di loro ci ha infatti raccontato la propria esperienza fatta di umiliazioni e paghe da fame.

Ma c’è chi vuole però analizzare quanto accaduto anche da un’altra prospettiva, quella dei ristoratori. A raccontare la sua esperienza pluridecennale è Lucia Manzoni, ristoratrice che per molti anni ha lavorato in provincia di Como e che, dopo aver letto lo sfogo-denuncia, ci tiene, con il cuore in mano e con l’amore per il mestiere, a fornire anche un altro punto di vista.

“Mi vergogno sapendo che esistono datori di lavoro capaci di simili brutture, in passato (la denuncia parlava degli anni tra il 2012 e il 2016), così come anche ora. Persone in grado di sfruttare la voglia e la necessità di lavorare degli altri. Questo è un punto fermo del mio modo di vedere le cose”.

C’è però un grande ‘ma’: “Voglio dire con altrettanta forza che è ormai giunto il momento di fare i nomi. Chi ha subito simili vessazioni o chi conosce come vanno le cose deve avere la forza di denunciare, altrimenti non cambierà mai nulla. Sono una ristoratrice dal 1988 e sono la prima a dire che tali persone non meritano né dipendenti né clienti, ma solo di fallire. Per favore, fate i nomi. Questo sia per amore di giustizia ma anche perché altrimenti poi si rischia di accomunare tutti sotto una luce negativa”, racconta Lucia che dopo aver gestito negli anni passati due ristoranti, uno a Casasco Intelvi e l’altro a Blessagno, da alcuni anni ha fatto un netto cambio di vita, pur rimanendo in un ceto senso nel settore.

“Ormai dal 2014 insieme a mio marito gestiamo un rifugio di montagna sul Monte Stino a Capovalle in provincia di Brescia. Allora come oggi è innanzitutto necessario dare il giusto compenso ai propri assunti e farli sentire parte di una famiglia. In passato i miei dipendenti facevano 8 ore con la pausa pranzo, rigorosamente senza il cronometro in mano. Avevano poi il pasto assicurato che potevano scegliere liberamente. Ero io stessa a insistere affinché facessero una pausa sigaretta. E per 6 giorni a settimana davo loro 1.960 euro al mese più i contributi. Insomma non fatevi sottomettere. Leggete i contratti prima di firmarli. Con tutti i miei dipendenti è rimasto un bel rapporto, ci troviamo per una cena o un aperitivo e ci chiamiamo a distanza di anni”, prosegue il racconto di Lucia.

“Anche adesso chi lavora in rifugio con noi ha un compenso di 80 euro al giorno più il vitto. L’orario è dalle 10 alle 18 e la sera non si lavora. E se si fanno festivi anche la mancia è garantita. Insomma non si può non rimanere sconvolti davanti a quanto ho letto, ma è necessario reagire”, dice Lucia. E in effetti stralci del racconto come quando vengono descritte “umiliazioni, conseguente insonnia, ritmi atroci, la ricorrente frase se non ti sta bene la porta è quella come te ne trovo altri“, non possono lasciare insensibili. “Però – conclude la ristoratrice – ribadisco: segnalate, fate i nomi, così nessuno ci andrà più in quei locali. Fatelo perché altrimenti il rischio è di rovinare una categoria intera, non è giusto nei confronti di chi si comporta correttamente”. Per segnalazioni, testimonianze, foto e video, scrivere a redazionecomozero@gmail.com o alla nostra pagina facebook.

L’ARTICOLO CHE HAI APPENA LETTO E’ USCITO SU COMOZERO SETTIMANALE: ECCO DOVE PUOI TROVARLO

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