Un divario che riapre il caso dei medici di famiglia e della sanità territoriale. Sulla carta i numeri sembravano reggere. In aula, invece, no. E la domanda torna tutta intera: perché una professione così centrale per i cittadini attira sempre meno giovani medici?
Per il corso di formazione specifica in Medicina generale 2026-2029 erano state presentate oltre 600 domande, a fronte di 481 borse messe a disposizione dalla Regione Lombardia. Il giorno della prova, però, davanti ai banchi si sono visti appena 310 aspiranti medici di famiglia. Mancavano in 171 rispetto ai posti disponibili. Quasi 300, invece, rispetto a chi all’inizio aveva mostrato interesse.
Il dato non dice ancora quanti saranno davvero ammessi o quanti poi si iscriveranno: graduatorie e rinunce possono cambiare il quadro. Ma il segnale, per i sindacati, è già chiaro. «Non basta aumentare i posti se poi i giovani colleghi non vedono un futuro chiaro», è il ragionamento che circola tra i rappresentanti dei medici di medicina generale. Poche parole, ma sufficienti a spiegare il clima.
Autonomia, burocrazia e futuro incerto: perché i giovani medici rinunciano
A leggere il risultato del concorso è stata soprattutto la Fimmg Lombardia, la Federazione italiana dei medici di medicina generale, che da tempo denuncia una professione sempre meno attrattiva. La segretaria regionale Anna Pozzi ha legato le assenze alla prova a un’incertezza crescente sul ruolo del medico di famiglia: un lavoro stretto, secondo la federazione, tra carte, incombenze organizzative e prospettive non sempre definite.
Il punto più delicato resta l’autonomia professionale. Per la Fimmg, il medico di famiglia dovrebbe poter lavorare in uno studio attrezzato, con personale amministrativo, infermieri, strumenti diagnostici di base e un rapporto stabile con i pazienti. Molti giovani, invece, temono un mestiere sempre più schiacciato dalla burocrazia sanitaria e sempre meno legato alla clinica di tutti i giorni. «Se devo passare ore su moduli e piattaforme, che medicina faccio?», ha confidato un giovane medico durante uno degli incontri sindacali, secondo quanto riferito da fonti di categoria.
Case di comunità e studi di quartiere: il nodo del nuovo modello territoriale
Nel confronto entra anche il tema delle Case di comunità, le strutture previste dal PNRR per rafforzare i servizi sanitari vicino ai cittadini e far lavorare insieme medici, infermieri e altri professionisti. L’idea è portare più assistenza fuori dagli ospedali. Ma proprio qui si apre la questione più sensibile: quale spazio resterà agli studi dei medici di famiglia nei quartieri, nei paesi, nelle periferie?
La Fimmg Lombardia non contesta il rafforzamento della rete territoriale. Chiede però che le nuove strutture non indeboliscano il rapporto diretto tra medico e assistito. Un legame costruito negli anni, fatto anche di visite rapide, telefonate al mattino, ricette urgenti e conoscenza delle fragilità familiari. Anche lo SMI Lombardia, il Sindacato Medici Italiani, ha richiamato la necessità di rivedere formazione, tutele e condizioni economiche dei futuri professionisti. Il rischio, dicono i sindacati, è costruire nuove strutture senza avere abbastanza medici disposti a lavorarci.
Oltre 1.500 medici mancanti: cosa rischiano pazienti e piccoli comuni
Il concorso con più posti che candidati pesa ancora di più se messo accanto al fabbisogno regionale. Secondo le stime richiamate dalla Fimmg, in Lombardia mancherebbero circa 1.500 medici di famiglia. In diversi territori chi è già in servizio segue un numero molto alto di assistiti, mentre pensionamenti e incarichi vacanti rendono più difficile garantire continuità.
Per i cittadini tutto questo ha effetti molto concreti: trovare un medico disponibile, avere un appuntamento in tempi ragionevoli, mantenere nel tempo lo stesso riferimento sanitario. Nei piccoli comuni, poi, il pensionamento di un medico può lasciare intere comunità senza uno studio vicino, costringendo anziani e famiglie a spostarsi per chilometri. Non è solo un problema di organizzazione. È accesso alle cure.
La partita ora passa dal confronto tra Regione Lombardia, sindacati e rappresentanti della categoria. Servono borse, certo. Ma servono anche condizioni di lavoro più chiare, una formazione adatta alla medicina territoriale di oggi e un ruolo riconoscibile dentro la nuova rete dei servizi. Altrimenti il rischio è già scritto nei numeri del concorso: i posti ci sono, i medici no.
