Pendolare al valico di confine con auto in coda, documenti in mano e posto di controllo sullo sfondo
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Doveva partire entro settembre: che fine ha fatto la tassa sulla salute da 120 euro al mese per i frontalieri

La misura riguarda una parte dei lavoratori residenti nei Comuni di confine e resta al centro del confronto tra Roma, Regioni e autorità elvetiche. L’obiettivo dichiarato è coprire i costi dell’assistenza sanitaria garantita in Italia a chi guadagna oltreconfine.

La macchina amministrativa della tassa sulla salute dei frontalieri dovrebbe mettersi in moto entro settembre, secondo quanto emerso nelle comunicazioni tra istituzioni italiane e svizzere. Il contributo servirà a sostenere il sistema sanitario italiano e rientra nei nuovi rapporti fiscali tra Italia e Svizzera, dopo l’entrata in vigore dell’accordo sui lavoratori frontalieri e delle norme approvate a Roma.

Il calendario è uno dei punti più seguiti da sindacati e Comuni di frontiera. Le prime richieste di pagamento, stando alle indicazioni circolate finora, dovrebbero arrivare dopo la messa a punto delle procedure da parte delle Regioni interessate, a cominciare da Lombardia e Piemonte, dove vive gran parte dei lavoratori impiegati in Ticino. Non si tratterebbe quindi di un prelievo diretto sulla busta paga svizzera, ma di un contributo richiesto dalle autorità italiane. Una differenza che, sul piano pratico, conta eccome.

Chi paga e come sarà calcolato il contributo

La tassa sanitaria non dovrebbe colpire tutti i frontalieri allo stesso modo. Il perimetro, secondo le ricostruzioni disponibili, comprende i lavoratori residenti in Italia che lavorano in Svizzera e continuano a usare l’assistenza del Servizio sanitario nazionale, pur pagando imposte o contributi in parte oltreconfine. Restano però da chiarire i dettagli, a partire dalla differenza tra vecchi frontalieri e nuovi frontalieri, distinzione già centrale nell’accordo fiscale tra Italia e Svizzera.

Coda di auto a un valico di frontiera con un pendolare di spalle vicino alla sua macchina
Pendolari in fila al valico di frontiera, simbolo delle nuove regole e dei contributi in arrivo per i frontalieri.

Il contributo dovrebbe essere calcolato in percentuale sul reddito, con una soglia minima e una massima, secondo criteri che saranno fissati dalle amministrazioni competenti. Nelle bozze e nei tavoli tecnici degli ultimi mesi si è parlato di una misura legata al reddito netto o imponibile, ma il punto non è ancora diventato una regola uguale per tutti i territori. “Serve chiarezza prima di mandare avvisi di pagamento”, ha spiegato un rappresentante sindacale di frontiera, ricordando che molti lavoratori hanno già chiesto informazioni ai patronati tra Varese, Como e Verbano-Cusio-Ossola.

Frontalieri in attesa, Comuni prudenti e Ticino alla finestra

Tra i frontalieri prevale l’attesa, ma cresce anche il malumore. Nei gruppi dei pendolari e agli sportelli sindacali le domande sono sempre le stesse: quanto si pagherà, da quando, e che cosa succede a chi non versa? “Non contestiamo il principio di contribuire ai servizi, ma non si può cambiare tutto senza spiegare bene le regole”, ha confidato un lavoratore della fascia di confine comasca, impiegato ogni giorno nel Luganese.

I Comuni italiani di confine osservano la misura con cautela. Da una parte c’è il peso dei costi sanitari sui bilanci pubblici italiani. Dall’altra c’è il timore che un nuovo prelievo riduca il potere d’acquisto di migliaia di famiglie già alle prese con cambio, trasporti e rincari. In Ticino, intanto, le autorità seguono il dossier da vicino: ogni intervento sui frontalieri può avere effetti sul mercato del lavoro cantonale, dove la manodopera italiana resta importante in settori come edilizia, sanità, ristorazione, logistica e servizi.

Il confronto politico, su entrambe le sponde, resta aperto. Le autorità ticinesi hanno chiesto più volte decisioni italiane coordinate e chiare, senza sovrapposizioni con l’accordo fiscale già in vigore. A Roma, invece, il tema viene presentato come una questione di equilibrio: chi usa la sanità italiana, questa è la linea, deve contribuire a finanziarla. Semplice, almeno sulla carta.

Controlli, riscossione e ricorsi: i nodi ancora da sciogliere

Il punto più delicato resta quello dei controlli e della riscossione. Le Regioni dovranno individuare i lavoratori coinvolti incrociando residenza, redditi prodotti in Svizzera e posizione sanitaria in Italia. Un passaggio tutt’altro che semplice, perché i frontalieri non sono tutti uguali: cambiano contratti, Cantoni di lavoro, durata dell’impiego, coperture assicurative e situazioni familiari.

Non è escluso che, con l’arrivo delle prime richieste, partano contestazioni e ricorsi. I sindacati chiedono criteri uguali e tempi certi, mentre i patronati si preparano a gestire una fase che rischia di creare confusione, soprattutto nei piccoli Comuni della fascia di confine. Il timore, segnalano gli amministratori locali, è che le lettere arrivino prima delle spiegazioni. E quando si parla di reddito, salute e rapporti con la Svizzera, anche un dettaglio può diventare un caso politico.

La “tassa sulla salute” per i frontalieri non è stata ancora attivata, in quanto mancano i decreti attuativi definitivi e i pagamenti non sono ancora stati riscossi

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