Il 29 ottobre 2026, tra Zurigo e Dübendorf, un gruppo di ricercatori ha presentato una versione avanzata del blu egizio, pensata per l’imaging biomedico e per rendere visibili strutture biologiche minuscole, comprese quelle legate al cervello. Il lavoro nasce dalla collaborazione tra Empa, ETH di Zurigo, Università di Zurigo e clinica universitaria Balgrist. Dai faraoni ai nanomateriali, il salto è notevole. Ma il punto resta concreto: usare una proprietà antichissima per osservare meglio ciò che oggi sfugge agli strumenti.
Il nuovo materiale, chiamato Zurich Blue, è stato messo a punto dal gruppo guidato da Robert Nissler e Inge Herrmann nel laboratorio Nanomaterials in Health dell’Empa, l’istituto federale svizzero per la scienza e la tecnologia dei materiali. L’idea, spiegano i ricercatori nella nota diffusa dall’Empa, non era recuperare un colore antico per interesse artistico. L’obiettivo era un altro: trasformare il blu egizio in un nanopigmento capace di funzionare come marcatore luminoso nello studio dei tessuti.
La parte difficile era ottenere particelle finissime senza rovinare le proprietà ottiche del pigmento. Per farlo, il team ha usato la flame synthesis, una sintesi in fiamma che produce nanoparticelle attraverso una reazione ad alta temperatura. In un secondo passaggio, grazie all’irradiazione laser, queste particelle vengono ordinate in strati bidimensionali molto sottili. In sostanza, spiegano gli scienziati svizzeri, si trattava di rendere utilizzabile una qualità già presente nel pigmento, ma in una forma adatta alla ricerca biomedica.
La proprietà nascosta del blu egizio: la luminescenza nel vicino infrarosso
Il blu egizio è considerato uno dei primi pigmenti sintetici creati dall’uomo. Gli artigiani dell’antico Egitto lo ricavavano da materiali con rame, calcio e silice, lavorati ad alte temperature. Lo usavano per colorare tombe, statue, ceramiche e pareti dei templi, apprezzandone la stabilità e l’intensità. Quello che non potevano sapere è che quel pigmento, illuminato in certe condizioni, emette luce nel vicino infrarosso.
Questa luce non si vede a occhio nudo, ma può essere letta da strumenti specifici. Ed è proprio qui che nasce l’interesse dei ricercatori: il vicino infrarosso attraversa alcuni tessuti biologici meglio della luce visibile e può restituire segnali più puliti durante le osservazioni in laboratorio.
Il nuovo Zurich Blue mostra una luminescenza intensa nella regione NIR-II, come riportato nello studio “Unlocking NIR-II Photoluminescence in 2D Copper Tetrasilicate Nanosheets through Flame Spray Synthesis”, pubblicato su Advanced Materials nel 2025. Una proprietà antica, quindi, riletta con gli strumenti di oggi.
Imaging biomedico: come il nanopigmento può rendere visibili cellule e strutture cerebrali
L’uso più vicino riguarda l’imaging biomedico, cioè le tecniche che permettono di osservare cellule, tessuti e processi biologici senza distruggerli. In questo campo, Zurich Blue potrebbe comportarsi come un marcatore luminoso. Se assorbito da alcune cellule, aiuterebbe a seguirne gli spostamenti nei tessuti attraverso strumenti capaci di rilevare la sua luminescenza infrarossa. I ricercatori citano, tra gli esempi, le cellule del sistema immunitario, spesso complicate da monitorare mentre si muovono nell’organismo.
Il nodo non è semplicemente “vedere meglio”, ma riuscire a distinguere segnali deboli in strutture piccolissime. Per questo il materiale interessa anche chi studia il sistema nervoso e le strutture del cervello, dove la qualità dell’immagine può cambiare il valore di un dato. Per ora, però, si resta nella ricerca sperimentale. Non ci sono indicazioni per un uso clinico immediato, né per diagnosi già disponibili negli ospedali. Su questo i ricercatori mantengono prudenza: prima servono verifiche ampie e solide.
Dalla ricerca di laboratorio alla clinica: potenzialità, limiti e prossimi test
Secondo l’Empa, le possibilità non si fermano alle immagini. In futuro il nanopigmento Zurich Blue potrebbe anche diventare una piattaforma per portare sostanze terapeutiche verso bersagli biologici precisi, unendo osservazione e rilascio di principi attivi. È la strada, ancora aperta, delle strategie che mettono insieme diagnosi e trattamento nello stesso materiale. Ma tra un risultato ottenuto in laboratorio e una terapia per i pazienti il percorso resta lungo. Servono test di sicurezza, studi su come il materiale si distribuisce nell’organismo, controlli sulla tossicità e prove di efficacia.
C’è poi il tema della produzione. Il processo basato sulla flame spray synthesis potrebbe, secondo gli scienziati, essere portato su una scala più ampia e più controllabile, passaggio indispensabile per qualunque futuro uso medico. La domanda decisiva, però, è un’altra: capire se Zurich Blue riuscirà a conservare le sue proprietà anche in ambienti biologici complessi, lontano dalle condizioni ordinate del laboratorio. Per ora il dato certo è questo: un pigmento nato per colorare il mondo dei faraoni sta aprendo alla medicina una nuova pista per osservare l’invisibile.
