I sentieri entrano nei boschi e portano a massi erratici, tombe scavate nella roccia e leggende cresciute nei secoli attorno a pietre considerate fuori dal comune. Non è il solito giro da cartolina lariana, fatto di ville, battelli e passeggiate sul lungolago. Qui, per qualche ora, il lago resta alle spalle. E il racconto prende un’altra strada.
Il primo volto di Torno è quello più noto: il porticciolo, la piazzetta sull’acqua, la chiesa di Santa Tecla, le barche ferme a pochi metri dalle case. Poi basta poco. Si imboccano le scalinate che risalgono il paese e il paesaggio cambia: muri a secco, vecchi terrazzamenti, tratti di mulattiera, boschi che salgono verso le frazioni alte. È lì che il borgo mostra la sua parte meno battuta, quella legata ai massi erratici lasciati dai ghiacciai e alle storie popolari nate per spiegare forme e posizioni difficili da ignorare.
Quei grandi blocchi di pietra, diversi dalle rocce attorno, hanno acceso a lungo l’immaginazione degli abitanti. Alcuni sono stati legati al diavolo, altri a miracoli o racconti passati di famiglia in famiglia, magari la sera, quando il sentiero era già buio e il bosco sembrava più vicino. Non ci sono prove di riti o pratiche di stregoneria. Ma l’espressione massi delle streghe racconta bene quell’incrocio di geologia, paure antiche e fantasia locale.
Pietra Pendula, il masso in bilico diventato monumento naturale
Tra le presenze più conosciute c’è la Pietra Pendula, in località Montepiatto, a circa 600 metri di quota. Per arrivarci serve una salita che, secondo il passo e il punto di partenza, chiede un po’ di fiato. Poi, quando il masso compare tra gli alberi, l’effetto è immediato: una grande pietra dalla forma quasi di fungo, appoggiata su una base calcarea più piccola, come se fosse rimasta lì in equilibrio per caso.
In realtà la Pietra Pendula è un masso erratico, trasportato dai ghiacciai durante le antiche glaciazioni e lasciato in quella posizione migliaia di anni fa. La sua forma, però, continua a suggerire altro. “Sembra che debba cadere da un momento all’altro”, dicono spesso gli escursionisti che arrivano fin qui, si fermano per una foto e poi proseguono verso la chiesa di Santa Elisabetta. Il sito è considerato uno dei monumenti naturali più riconoscibili del Triangolo Lariano, proprio per quel raro insieme di equilibrio, isolamento e panorama.
Massigni e avelli: le tombe scavate nella roccia tra archeologia e mistero
Nel territorio di Torno non ci sono solo pietre dalle forme curiose. Ci sono anche i massi avelli, grandi blocchi nei quali furono scavate sepolture a vasca, con bordi lavorati e superfici che mostrano chiaramente la mano dell’uomo. Gli studiosi li collocano in genere tra la fine del V e il VI secolo dopo Cristo, negli anni successivi alla caduta dell’Impero romano d’Occidente e prima del consolidarsi della presenza longobarda nell’area lariana.
Queste tombe, ricavate direttamente nei massi erratici, erano con ogni probabilità destinate a persone di rango, forse membri delle élite locali. Nella zona sono noti, tra gli altri, l’Avello del Maas, l’Avello di Rasina, l’Avello de i Piazz, l’Avello di Negrenza e quello delle Cascine di Negrenza. Visti oggi, nel verde e spesso raggiungibili solo a piedi, conservano un’aria enigmatica. Non perché manchino gli studi, ma per il contrasto tra la precisione del lavoro sulla pietra e il silenzio dei luoghi in cui si trovano.
Attorno ad alcuni massi sono nate anche leggende più tarde, come quelle legate alla Pietra Nairola. Una tradizione racconta che il diavolo vi si fosse posato per giocare a palla con un compagno sistemato su un’altra roccia, oggi scomparsa. Un’altra versione, di matrice cristiana, attribuisce invece la posizione della pietra alla Vergine, che l’avrebbe trattenuta con il mantello impedendole di precipitare. Racconti diversi, stesso punto di partenza: una pietra troppo strana per restare soltanto pietra.
L’itinerario a piedi tra Piazzaga, Negrenza e Montepiatto
Per scoprire i massi di Torno bisogna lasciare il lungolago e seguire i percorsi che salgono verso Piazzaga, Negrenza e Montepiatto. Una delle vie più frequentate è l’antica mulattiera per Piazzaga, tra bosco, vecchi cascinali e scorci in cui il lago riappare più in basso, tra i rami. Lungo il cammino si incontrano anche la Porta di Travaina e alcuni avelli. Le indicazioni possono cambiare da un tratto all’altro: meglio informarsi prima di partire e non contare soltanto sul telefono.
Un giro più ampio collega Torno, Piazzaga, Negrenza e Montepiatto in un anello di circa otto chilometri, adatto a chi ha almeno un po’ di abitudine ai sentieri. Servono scarpe con una buona suola, acqua e attenzione nei tratti in salita, soprattutto dopo la pioggia. Al rientro, il borgo merita ancora una sosta: la chiesa di San Giovanni Battista, con il campanile romanico e il portale rinascimentale, e la Villa Pliniana, costruita nel 1574 in una piccola insenatura, ricordano che qui la storia non sta solo nei boschi. Ma è lassù, tra le pietre, che Torno conserva il suo racconto più inatteso.
