E se alla fine, tra i candidati sindaco di Como per il centrodestra, tornasse in auge l’assessore regionale leghista Alessandro Fermi? La fase è magmatica, la domanda al momento è genuina. Ossia senza una risposta certa. Eppure, dopo un’estate in cui ‘mister preferenze’ sembrava assolutamente eclissato nei discorsi tra Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega per individuare lo sfidante di Alessandro Rapinese, ora i venticelli tiepidi di settembre sembrano aver rispolverato il suo nome. Vediamo perché, partendo però dai due contendenti che almeno formalmente oggi sono davvero in lizza.
Il primo è quello del presidente provinciale di FdI, Stefano Molinari. Politico di lunghissimo corso, volto noto in città, già consigliere e assessore a Palazzo Cernezzi, saldo al timone del partito comasco di Giorgia Meloni, Molinari è forse l’unico che davvero ha ripreso la stagione politica con il piglio del candidato tra battaglie varie (scuole in primis) e presenze sul campo. Con lui, una fetta notevole del partito (l’unanimità, d’altronde, non è di questo mondo). Insomma, i crismi per una investitura sembrerebbero esserci, almeno in casa propria.

Diverso è però il discorso tra gli alleati principali. Senza usare perifrasi, una fetta di Forza Italia – e segnatamente quella che risponde al segretario provinciale Sergio Gaddi – sembra tutt’altro che convinta di appoggiare Molinari. Anzi, poco o per nulla disposta. E qui la vicenda si intreccia con il secondo nome in campo: quello del presidente dell’Aci, Enrico Gelpi.
In realtà, a essere precisi, Gelpi al momento va ritenuta una sorta di ‘candidatura d’area’, nel senso che nessun partito ha espressamente e direttamente lanciato il suo nome né gli ha garantito pubblicamente l’appoggio. Nell’area moderata del centrodestra, però – ed è ovvio pensare soprattutto a Forza Italia – il presidente dell’Aci ha il suo gradimento maggioritario. E, secondo quanto ci è possibile ricostruire, Gelpi ha già avuto contatti senza veti anche con altri esponenti di spicco degli altri partiti della coalizione. La sua forza?

L’essere un’alternativa totale a tutto ciò che si può far confluire nel “Rapinese style” e comunque l’aver già avuto esperienza di governo in Comune e, ancor di più, a livello locale e nazionale, in un’associazione come l’Automobile Club, che certo non è un partito, ma lontano dalla politica e dalle sue logiche proprio non si può definire.
Alla fine, però, ciò che si percepisce tra una chiamata e una chiacchierata con esponenti di vario grado del centrodestra, nessuno dei due sembra avere il turbo innescato per spuntarla sull’altro, tra qualche scetticismo e qualche immancabile gioco di niet incrociati (non è difficile immaginare i Molinariani alzare barricate verso Gelpi, si dovesse scegliere). E qui torna in campo l’ipotesi Fermi (dando come ormai tramontata, invece, quella civica dell’Ad di Espansione Tv, Mario Rapisarda).
L’attuale assessore regionale della Lega, sin dai primi vagiti dei discorsi pre-elettorali, era parso a molti come una sorta di nome ideale per scendere in campo a Como città. Esperienza a tonnellate, preferenze (in provincia almeno, sul capoluogo meno) in abbondanza, notorietà conclamata, un certo savoir faire dal sorriso che piace alla gente che piace, per citare un mitologico spot anni ’80. Subito, però, emersero alcuni muri in apparenza invalicabili. Due, in particolare: l’addio ai nascenti Fratelli d’Italia, una dozzina d’anni fa, per confluire da An in Forza Italia, ‘sgarro’ mai perdonato da tanti meloniani di ieri e di oggi, a partire dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alessio Butti; e poi l’addio di Fermi anche a Forza Italia, un lustro fa, per abbracciare il partito di Salvini. Separazioni che hanno lasciato ferite sparse e rancori mai del tutto sanati. Zone buie pronte a riaprirsi ogni volta che il nome riemerge parlando di elezioni e Palazzo Cernezzi.
Le cose, però, cambiano. Poco, per ora, ma cambiano. E, per paradosso, a far riaffiorare nei rumors (benché ancora molto da lontano) il nome dell’assessore regionale leghista sarebbero proprio stati i dubbi sparsi sui due candidati potenzialmente già in lizza (e, pare, anche l’esito delle cosiddette primarie leghiste di metà luglio, dove leggende narrano di un Fermi capace di raccogliere da solo la metà delle preferenze espresse ai gazebo).
Inutile dire che al momento le possibilità che i veti sull’assessore regionale prevalgano sono ancora maggioritarie. Ma almeno in alcune correnti i ‘lui mai!’ non sarebbero più granitici come 6 mesi fa. Poi, che un (qualsiasi) candidato leghista a Como possa diventare un grosso problema per gli equilibri del centrodestra in tutta la provincia (a partire dalla Cantù feudo del leghista Nicola Molteni), è altro elemento da tenere in fortissima considerazione. Ma in politica si sa, l’impossibile di oggi può non esserlo più già l’indomani.
