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Politica

Ok al regolamento asili nido. Bonduri: “Soddisfatta, andiamo incontro alle famiglie”. Magatti: “Servizio demolito, imperdonabile”

E’ stato approvato ieri a Como, in Consiglio Comunale, il nuovo regolamento degli asili nido: questione controversa e caldissima delle ultime settimane, oggetto di svariate manifestazioni da parte dei sindacati comaschi e non solo.

“Asili nido, no ai privati”. Pannolini e baby vestiti appesi: il Comune diventa un gigantesco stendino 

“Sono assolutamente soddisfatta del voto di ieri sera – così l’assessore alle Politiche educative Alessandra Bonduri – Ha votato la Maggioranza compatta mentre si sono astenuti la Lista Civica per Traglio; contrari il Pd e Bruno Magatti. Con il regolamento viene introdotta la possibilità o l’eventualità di una gestione indiretta del servizio asilo nido, si tratta di una soluzione assolutamente diffusa in altre città e capoluoghi”.

Per quanto riguarda le critiche mosse dai sindacati su una possibile privatizzazione, l’assessore Bonduri sottolinea che “nel regolamento non si è mai parlato di privatizzazione ma semmai, appunto, di gestione indiretta. Privatizzare significa che è il privato a gestire l’asilo nido, invece con la gestione indiretta è comunque il Comune a dettare i paletti, a controllare e governare. Infatti, nel regolamento si sottolinea che la qualità deve essere uguale a quella della gestione diretta”.

“Noi vogliamo dare il servizio, sia con personale del Comune sia esterno – aggiunge – L’importante è che le famiglie abbiano la possibilità di accedere all’asilo nido ed evitare di ipotizzare nuovamente chiusure. Per me è importante il rapporto fiduciario tra ente comunale e famiglie, ma anche rendere tutto più semplice”.

Tante le novità introdotte dal regolamento, come sottolinea la stessa Bonduri.

“Ci sono molte sfaccettature nuove, ad esempio l’allargamento della morosità – spiega – in questo periodo di fatica per i genitori abbiamo allargato da 2 a 3 morosità, dando la possibilità di fare un pagamento rateizzato. Poi abbiamo disciplinato le vaccinazioni, introdotto premialità alle mamme minorenni e vogliamo stare vicino ai nuovi nuclei mono parentali di nuova generazione. Inoltre, le donne vittime di violenza hanno priorità, così come le mamme e i papà single. Si tratta, quindi, di tante norme che vanno a favore delle famiglie”.

E, si diceva, dai banchi dell’opposizione si è levata durissima la voce di Bruno Magatti di cui riportiamo l’intervento in aula:

Siamo figli di uno Stato nel quale scuola, sanità, università e ricerca (ma l’elenco non finisce qui) sono “istituzioni” pubbliche, sostenute dalla fiscalità generale, anche se ciò non impedisce e non ha impedito che ci siano università private scuole private ospedali privati.
Fabbricare scarpe, automobili o strumenti musicali, solo per fare degli esempi, non è compito delle istituzioni. Lo è tutto ciò che è essenziale a garantire a tutti, indipendentemente dal fatto che se li possano o meno comprare, diritti come quello all’istruzione, alla salute, al lavoro e, aggiungo, a una genitorialità compatibile con il lavoro.
È il sistema che fa dell’universalismo solidale il punto di riferimento e che, non a caso, da altri paesi ci invidiano.

Le fondamenta di tale sistema si reggono sull’ipotesi che questi servizi non possono avere come obiettivo primario il produrre un utile a chi li gestisce, nella consapevolezza che il plusvalore sociale, che è il loro vero utile, si raccoglie altrove: si tratta di un utile sociale perché la cura della salute mette a disposizione cittadini efficienti, la scuola è l’università formano cittadini preparati e competenti, la ricerca è il motore dell’innovazione che inneva il mondo produttivo, un asilo nido permette a due genitori di lavorare e produrre benessere per la società e la propria famiglia.
Solo comprendendo questi concetti (non particolarmente difficili visto che non si tratta di equazioni della meccanica quantistica né della teoria della relatività) si riconoscono le ragioni che giustificano l’affidamento a istituzioni pubbliche del loro governo e della loro gestione.
Si tratta di un principio di civiltà che ha profonde radici culturali.
Ma anche nel nostro paese, e qui ne abbiamo avuto un’ulteriore prova, gli appetiti si sono coniugati con l’incapacità e su questo mix micidiale è cresciuta la barbarie millantata agli occhi dei semplici come efficienza.

Questa famelica ingordigia, nutrita di individualismo a buon prezzo, produce esiti spietati anche là dove si ammanta di quell’insopportabile buonismo tipico di chi non rimuove le cause dell’esclusione ma, mentre le conferma, vuole anche dirsi “sensibile” ai problemi di quegli stessi che con provata durezza, sta ancor più escludendo e umiliando.

Questa stessa ingordigia oggi muove verso i nostri servizi alla prima infanzia e si fa largo per conquistare ciò che non sa costruire ed è figlio di un’altra storia, quella nobile, di civiltà.

Qui ci sono chierichetti e sagrestani, non prelati e monsignori: ma tutti a cantare, stonati, l’insopportabile salmodia liberista.
Che tristezza sentire certi interventi. Quanto paradossali le parole solo alla fine rivelatrici dell’assessora!
Ancora abbiamo sentito millantato come progresso, come il futuro, ciò che non è altro che la volontà di alienare preziosi servizi ai bambini e con essi il sostegno alla genitorialità che, da sé solo, permette alle donne madri di poter lavorare senza dover rinunciare alla maternità.
Oggi vince il pensiero mediocre che tutto pensa di piegare alla logica del profitto fingendo di ignorare che ciò si concretizzerà in forme censurabili di precarizzazione, in una riduzione del reddito o in forme sottili di sfruttamento dei lavoratori, ma anche in maggiori costi a carico dei cittadini.
Questa maggioranza è straordinariamente capace di demolire. Lo ha già fatto con l’azienda speciale per i servizi sociali. Dopo 20 mesi quella barzelletta venduta come prototipo dell’efficienza ancora non ha assunto una persona per svolgere alcuna delle funzioni che voi, scienziati della politica e della buona amministrazione della cosa pubblica, avete votato (e che solo per esistere consuma decine di migliaia di euro sottratti ai servizi alla persona).
Ringrazio chi ha votato alcuni dei miei emendamenti. Mi piace ricordarne uno in particolare, respinto, nel quale proponevo di scrivere che “l’amministrazione considera il servizio prioritario strumento di sostegno alla genitorialità e al lavoro femminile e si impegna a reperire a bilancio le risorse necessarie al mantenimento del servizio almeno ai livelli dell’anno precedente”

Spero che alcuni dei portatori di interesse, le educatrici, il personale ausiliario e delle cucine, o le tante famiglie che hanno apprezzato e voluto bene a questi nidi comunali, impugnino questa delibera anche sulla scorta delle note della “pregiudiziale” (che ho presentato) e sul vizio, non sanato, della presenza di pareri “tecnici” , prima contrari poi capovolti, espressi dal dirigente che invece, e in questo il segretario generale mi è parso d’accordo, avrebbe dovuto astenersi.

3 Commenti

  1. Anche il padre dell’economia liberale, Adam Smith, scriveva che sono istituzionali, quindi di competenza dello Stato, Giustizia, Difesa, Salute ed Educazione. Purtroppo, su questo tema il dado è tratto dagli anni ’80. Forti della crisi dei modelli keynesiani, i neo-liberisti hanno riportato in auge il modello classico o meglio quello che von Hayek e Friedmann hanno mantenuto del modello classico. Ovviamente, i saggi precetti di Adam Smith sono scomparsi dalla ormai inflazionata letteratura neo-liberista. Quindi, come dar torto al professor Magatti?
    Il problema tuttavia non è questo. Il dilemma è implicito nello stesso Regolamento: “………la qualità deve essere uguale a quella della gestione diretta”. È come scrivere che la doccia è più gradevole farla con l’acqua calda piuttosto che con l’acqua gelata. È scontato.
    Il punto è come misurare la qualità del servizio pubblico e come compararla con quella dei privati. E una volta misurata, sempre che ci si riesca in modo oggettivo, bisogna comparare, a qualità costante, il costo del servizio pubblico con quello del servizio privato. Non è facile, ve lo assicuro. È roba da professionisti e spesso sbagliano anche loro.
    Tuttavia, si potrebbe almeno fare un tentativo. Definire un Service Level Agreement (SLA), dei Key Performance Indicators (KPI) e misurarli sistematicamente. Al limite, per rendere la cosa più efficace, agganciare questi indicatori a un modello premio-sanzione che integri il contratto. In altri termini se il livello del servizio atteso non è all’altezza delle aspettative ed è inferiore a quello misurato sul servizio pubblico, ti sanziono e mi restituisci parte del cifra negoziata per l’appalto del servizio.
    Il quesito non è “pubblico” o “privato. Il quesito è perché rivolgersi al privato se non si ha la certezza che ci dia, a costi almeno uguali, una migliore qualità del servizio.

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