C’è un libro fresco di stampa che chiunque fosse interessato a capire le origini della straordinaria povertà intellettuale del dibattito (non solo) politico di oggi, a livello nazionale ma anche locale, dovrebbe leggere immediatamente. Si intitola, per l’appunto, “Senza Intellettuali”, è agile e scritto con buon piglio dallo storico Giorgio Caravale, e restituisce perfettamente la fotografia di un’Italia che da una trentina d’anni demonizza “i professoroni, i sapientoni” a vantaggio del teorico toccasana del “buonsenso”, dell’abbeverarsi direttamente dal popolo, del trasformare il senso pratico e la realtà contingente in dogma contro ogni approfondimento, ogni capacità di analisi, ogni strutturazione storica e verticale del pensiero nel tempo.

Como, in questo, è una rappresentazione perfetta. Anzi, spicca per l’assenza degli intellettuali – salvo rare eccezioni che poi accennerò – dal dibattito non solo politico, ma pubblico tout court. Il che naturalmente non significa che questa città o questo territorio non abbiano in sé forze del pensiero formidabili, solo che sono forse timide, ripiegate su stesse, totalmente incapaci di proporre al proscenio spunti, riflessioni, analisi che riescano a produrre una discussione alla luce del sole. Rifiutati dal meccanismo del “gentismo” (reso esponenziale dai social) che ha elevato qualsiasi opinione allo stesso rilievo dei fatti e dello studio, evitati come la peste dalla politica che preferisce costruire un consenso facile e immediato tra facebook, slogan e bar piuttosto che in qualche luogo deputato alla riflessione, timorosi e forse piegati essi stessi a un pensiero infragilito che diventa ridotta personale, cancellati probabilmente per scelta dalle colonne nobili dei giornali e dagli angoli tv, gli intellettuali sono spariti dal motore di Como.
E’ macroscopica evidenza di questo svanire, la loro assenza dai giornali: ricordate editoriali, opinioni, interventi, lettere o qualsiasi altra forma di contributo capace di animare un dibattito pubblico dalle colonne di un quotidiano, di una tv, di una rivista comasca da parte di un intellettuale locale? Avete un nome fresco in mente di una donna o un uomo che tramite l’esposizione di un pensiero articolato e profondo abbia destato l’attenzione su qualche tema caldo, fosse anche in maniera provocatoria, per più di tre minuti? La risposta, semplicemente, è no. Tra autoconfinamenti e resa ai meme, i mass media che nella storia sono stati fonte di dibattiti anche accesissimi, non ospitano più da anni intellettuali comaschi coraggiosi o comunque capaci di innescare nella società un confronto sulle idee. Tutto sostituito, al massimo, da estemporanee prese di posizione e polemichette durevoli come lo zolfanello al vento. Gli stessi giornalisti – chi scrive incluso, ci mancherebbe – ormai fotografano i fatti più che entrarvi per estrarne il succo e formare un’opinione forte da proporre al pubblico. Tutto anestetizzato ed edulcorato. E sì che ce ne sarebbero di temi caldi: un giudizio sul nuovo lungolago, sul futuro Politeama, sulla città di domani, sull’arte a Villa Olmo, sul turismo e il ‘rischio Venezia’, sulla trincea Ticosa, sulla città divorata da catene e insegne tutte uguali, sulla crisi dei partiti tradizionali, sulle nuove identità di interi quartieri, sul destino della Casa del Fascio, sulla sagoma stessa di una città che sta cambiando pelle ogni giorno che passa. Niente: se va bene un post via social o tre banalità in pagina pari. Punto.
Per carità qualche nome che ogni tanto prova a dare qualcosa scossa a questa Como pigrissima affacciandosi alla trincea della cronaca dal vario mondo della cultura c’è: vengono in mente gli architetti (forse la categoria meno rintanata) Lorenza Ceruti, Ado Franchini, Sergio Beretta e i più sporadici Attilio Terragni e Stefano Seneca (rarità quest’ultimo, un peccato); lo storico Fabio Cani nelle battaglie della sinistra radicale; il giornalista Pietro Berra (almeno per le molte iniziative sul campo che però incidono sulla realtà); l’avvocato Lorenzo Spallino; Roberta Di Febo nel mondo musicale (tralasciamo Barbara Minghetti solo perché ovvio, visto il ruolo in politica); nel mondo del teatro Stefano Annoni, con alcune incursioni su tematiche specifiche; Bruno Magatti, perché il suo ruolo politico è sempre andato di pari passo con l’analisi intellettuale, Glauco Peverelli perché senza Parolario sarebbe anche più dura.
Però – pur certi delle rampogne per qualche clamorosa dimenticanza – il ruolo del pensiero sulla prima scena comasca del dibattito cittadino (almeno con una certa costanza) potrebbe pure finire qui. Poi per carità ci sono altre decine di menti artistico-culturali affilatissime e che potrebbero certamente catalizzare attenzioni e opinioni a Como (Luigi Cavadini, Alessio Brunialti, Michele Bollini, Davide Marranchelli, Carlo Pozzoni, Fabrizio Musa, Pierpaolo Mr ‘SaveTheWall’ Perretta, Gianfranco Giudice, Ebe Gianotti, Giovanni Sallusti e molti altri ancora) ma per legittime scelte personali, professionali o di qualsiasi altra natura, l’apporto al dibattito “da trincea”, che affonda i denti nelle carni e nell’anima della città, è purtroppo rarissimo. E così, senza “interventismo” – o anche senza che l’interventismo venga stimolato – ecco che il dibattito pubblico comasco è appeso alle notizie del giorno, che sono roba vecchia all’ora di pranzo, e nulla più. Fenomeno reso ancora più eclatante da tante altre assenze nell’attualità comasca: dalla voce della Chiesa che un tempo, nel giorno di Sant’Abbondio, vedeva il vescovo Alessandro Maggiolini paragonare la Ticosa alla Berlino bombardata del ’45, fino alle macerie dialettiche delle associazione di categoria, ridotte ormai a monumenti del mutismo.
Siamo dunque arrivati, lentamente e certamente non da oggi, nell’era dei regolamenti a dominare il discorso pubblico. In assenza della sfida sul pensiero, ecco regole, regole, regole su tutto a diventare il fulcro dei colloqui. Dai cani ai nidi, dalle pipì alle birre, dai vigili agli artisti di strada. Il richiamo all’ordine, frutto inevitabile di ogni età che fa a meno del pensiero.