Qualche ora fa abbiamo pubblicato l’analisi post referendaria e preelettorale (in vista delle comunali 2027 a Como) del presidente del circolo Willy Brandt Giuseppe Doria, questa: Como, le elezioni 2027 nel post referendum: “Centrodestra al bivio, quei voti in movimento e la protesta silenziosa”. Riflessione articolata che auspicavamo contribuisse al dibattito politico e sociale in città.
Presto detto, nel giro di poco è arrivato un secondo spunto di assoluto valore. E’ quello del comasco Luca Michelini, professore ordinario di Storia del pensiero economico Università di Pisa (qui altri suoi interventi su ComoZero).

La premessa: “Ho letto con interesse un articolo di Doria a commento dell’esito del referendum. Mi ha suscitato alcune riflessioni, che pongo all’attenzione del giornale”. Ecco dunque il contributo completo:
Ancora una sveglia, ma il paziente è soporifero
di Luca Michelini
Ho letto con interesse l’articolo di Giuseppe Doria a commento dell’esito del referendum sulla giustizia e mi permetto di proporre qualche riflessione, confidando nella cortesia di ComoZero.
Nel testo si parla di un “segnale” importante per un potenziale cambiamento nella politica cittadina, visto il forte prevalere in Comune del voto per il No: un numero assoluto di preferenze ben superiore a quello che ha portato Rapinese alla guida della città. Si può aggiungere che di “segnali” ce ne sono stati numerosi, compreso quello dato dall’esito del referendum sul lavoro, spinto a suo tempo dalla Cgil. Ciò che completamente manca in città è la capacità di interpretare e la volontà di cogliere questi segnali: anzitutto da parte di tutti i partiti esistenti, liste civiche comprese.

Beninteso: anche a livello nazionale tanto i partiti di governo, quanto le opposizioni, non hanno un programma e soprattutto delle idee portanti capaci di interpretare il voto popolare. Giustamente, come osserva Doria, questo voto non è meccanicamente sovrapponibile a quello dei partiti esistenti: aggiungo tanto a destra che a sinistra. In modo più particolare, come ha osservato Tomaso Montanari, il voto è particolarmente rilevante per la destra: essa ha ostentato, anche con il referendum, la volontà di scavalcare il Parlamento e il dialogo sociale e politico, invocando, come da lunga tradizione della destra, il filo diretto esistente tra il “capo” e il “popolo”. Ebbene il “popolo” si è espresso in modo molto netto e la crisi dell’attuale compagine di governo è segnata.
Tuttavia, ciò che accade a livello nazionale è molto più comprensibile di quanto avviene a livello locale. A livello nazionale i ceti politici stanno scontando un radicale cambiamento di scenario internazionale, sul piano economico e politico. La fine dell’egemonia americana, che, a differenza della fine di quella sovietica, si sta manifestando in forme di estrema violenza, interna e internazionale, non può che disorienta una cultura politica che per lunghi anni, ben oltre quelli della cd Seconda Repubblica, è stata abituata a seguire pedissequamente la politica estera americana.
A livello locale, invece, la forza della Lega si è di fatto tradotta in una serie di riforme volte a implementare l’autonomia locale (a partire dalla riforma del titolo V, voluto dal centro-sinistra), che hanno oggettivamente aperto ampi spazi di autonomia locale: più regionale, che comunale, invero, e tuttavia l’importanza che hanno assunto, come a Como, le liste civiche, dimostra appunto l’esistenza e l’ampiezza di questo spazio.

Eppure questo spazio al momento non è occupato, perché non c’è nessun segno di innovazione politica e sociale, sul piano dei programmi e dunque anche sul piano delle alleanze. Un centro privo di bussola, pretende di indirizzare una politica locale priva di idee.
Prima di parlare delle idee, sarebbe opportuna una lunga digressione per analizzare come nascono le idee, individuali e collettive. Doria, anche in un articolo precedente riservato alle élites comasche, azzarda una prima analisi sociologica del voto: centro delle professioni, versus periferia, che tuttavia non riesce a marcare socialmente. Nell’articolo in questione aveva proposto un primo abbozzo di analisi storica dell’avvicendarsi delle élites comasche. Si tratta di un primo, assai timido tentativo: che in quanto tale dimostra quanto sia scarsa l’analisi sociologica riguardante la città e di quanto sia la distanza tra coloro che astrologano di politica, da una analisi della realtà cittadina o provinciale. C’è solo da sperare che il Circolo Brandt di cui Doria è presidente si coordini con altre realtà culturali per spingere alla nascita di una stagione di analisi sociale.
Faccio un esempio: dopo essere stato invitato ad una conferenza sul referendum sul lavoro, in cui ho sostenuto le ragioni della Cgil, ho tentato di trovare nel sindacato degli interlocutori su due materie: un progetto di Reddito Scolastico Comunale, che sto elaborando da alcuni mesi presentandolo a tutte le forze politiche e sociali cittadine; di trovare un relatore che fosse in grado di offrire una panoramica del mondo del lavoro comasco ad un gruppo di studenti universitari che sto aiutando a costruire momenti di riflessione sull’economia e la società contemporanea. Ebbene, in entrambi i casi la risposta è stata il sostanziale silenzio.
Il quadro tuttavia non cambia, se si cambiano interlocutori.

Poiché nel mio progetto di ricerca, è prevista la discussione con tutte le forze sociali cittadine disposte a discuterlo, ho notato che, mano a mano che le elezioni politiche si stanno avvicinando, tutte le forze politiche e sociali si chiudono a riccio. Ho addirittura ricevuto un invito da una costituenda lista cittadina in cui era d’obbligo la riservatezza, come ai tempi della carboneria. Tutti zitti e in gran segreto: il nemico ci ascolta. Una riga, letteralmente, di critica all’ultima giunta di centro-sinistra (in un testo gentilmente ospitato da ComoZero), mi è costata l’invettiva di un importante esponente politico. Autore del Piano regolatore di Como, mi aspetterei più passione per un’analisi della politica urbanistica cittadina delle ultime due giunte comunali: almeno quale rimando a qualche studio in materia. Forse però la mia nota pigrizia intellettuale non me l’ha fatto trovare.
Tornando al mio progetto: le liste civiche cittadine, tutte, hanno trovato il modo di rimandare all’infinito la discussione, o nemmeno hanno risposto, dimenticandosi la cura che avevano in campagna elettorale per avere qualche mio “segnale”, per altro rigorosamente inascoltato. Potrei continuare, ma mi fermo: segnalo solo che ricorro all’esperienza personale, perché è parte integrante del metodo di ricerca e del tema della ricerca stessa.

Del resto, forse esiste su Como un focus delle scienze sociali? Esiste a Como un luogo o più luoghi dove poter istruirsi, in modo chiaro, pluralistico, sintetico, della realtà comasca? Oltre ai giornali, questo luogo non esiste. Altro aneddoto: un neo coordinatore di una lista cittadina, presente anche a livello nazionale, ha osservato che scrivere e leggere sui quotidiani cittadini non serve a nulla, perché tutti seguono i social. Chissà quale sarà il suo programma per Como. L’esistenza di questo luogo di costruzione e di condivisione di conoscenza è tanto meno sollecitato dalle forze politiche, che sono tutte intente a parlar di nomi, di alleanze, di progetti (qui lo stadio, lì la biblioteca, qua i parcheggi), come se una città fosse come il proprio appartamento da abbellire; tuttavia l’appartamento almeno è strettamente legato ai bisogni di chi lo possiede o lo abita. Qui i bisogni sociali del “popolo” di Como quali sarebbero? Con quali strumenti si cerca di comprenderli? E quali sarebbero i bisogni dei ceti politici, oltre a quelli di essere eletti, per non si sa che cosa fare? E’ evidente che, in tale deserto, il sospetto che il ceto politico badi solo ai propri affari e non a quelli della collettività tende a radicarsi.
Ad una prossima puntata una prima analisi delle nuove élites a cui Doria ha accennato, quelle che nel turismo di lusso hanno il proprio motore economico e sociale.