A quasi 4 anni dalle scorse elezioni amministrative a Como, in città qualcosa inizia a muoversi in vista della prossima tornata elettorale ma – a dire il vero – ancora molto pigramente e senza slanci percepibili oltre le fumisterie di partito. Proprio su questo tema – con la prospettiva già all’anno prossimo – volentieri ospitiamo una riflessione piuttosto impietosa sul quadro politico attuale del capoluogo da parte di Luca Michelini, Professore ordinario di Storia del pensiero economico all’Università di Pisa e da sempre attentissimo osservatore della realtà cittadina.
Di seguito, il testo integrale.
Una città addormentata
di Luca Michelini
Il dibattito politico cittadino è incagliato in scaramucce che non vanno alla radice dei problemi.
Le opposizioni si lamentano del fatto che l’attuale sindaco accentri a sé tutti i poteri, rifiutando qualsivoglia forma di dialogo con la cittadinanza, oltre che con le opposizioni e la sua stessa maggioranza. Si tratta di un dato di fatto, indubbiamente. Peccato, tuttavia, che il sindaco in carica non faccia altro che interpretare lo spartito istituzionale e ideologico che gli hanno approntato, in modo bipartisan, le opposizioni cittadine nelle loro manifestazioni nazionali.
Centro destra e centro sinistra, infatti, a turno, hanno fatto di tutto, da Tangentopoli in poi, per costruire una intelaiatura ideologico-istituzionale incentrata su “un uomo solo al comando”, dimenticandosi, colpevolmente, che la democrazia vive di poteri divisi e che una società complessa può funzionare e progredire solo con la partecipazione attiva di tutti i suoi membri.
Di questa intelaiatura soffrono le opposizioni, ma anche chi governa, perché è incentivato a soffocare qualsivoglia forma di dibattito e di pluralismo culturale, che poi significa pluralismo progettuale. Le innovazioni in campo politico sono scarsissime, tanto al centro (al Governo), quanto in periferia (in un comune come Como). Discutere fa paura e la capacità di sintetizzare posizioni differenti, tipica delle culture politiche della Prima Repubblica, ha lasciato il posto a presunte capacità di “comando”, che purtroppo non possono funzionare in una società di lavoro diviso e incentrata in gran parte sulla conoscenza come fattore decisivo della produzione di ricchezza e di socialità. L’idea che una città, o una regione o uno Stato, siano come una azienda, è alla base di questa ideologia e i risultati fallimentari a cui porta sono sotto gli occhi di tutti, ad ogni livello governativo. Indice di questo fallimento è la scarsissima crescita economica che caratterizza il nostro paese.
La vittoria elettorale di Rapinese ha avuto ragioni profonde, che tuttavia i partiti cittadini oggi all’opposizione si rifiutano di analizzare, preferendo la polemica spiccia. Rapinese ha vinto per diversi motivi: perché il centro destra e il centro sinistra hanno fallito nelle loro esperienze di governo; perché Rapinese è stato un vero leader politico, perché ha lavorato in modo sistematico e per lungo tempo all’opposizione, costruendo mattone dopo mattone il consenso di cui ha poi goduto alle elezioni.
L’anemia delle attuali opposizioni ha una cartina di tornasole evidente: ad oggi, e nonostante le oggettive difficoltà politiche e amministrative che incontra Rapinese, esse non hanno costruito una leadership capace di presentarsi con un progetto credibile alla cittadinanza. Non è difficile capire che cosa accadrà nel prossimo futuro: i partiti, meglio: i loro vertici, che sono la manifestazione di una militanza per nulla ramificata in città, decideranno quale candidato presentare come sindaco. Sarà una decisione presa da un ristrettissimo nucleo di persone, secondo criteri di marketing politico e di interesse clientelare, dando a questa espressione il suo significato tecnico e non penale.
Sarà quindi una decisione calata dall’alto. Non esiste, infatti, un punto di riferimento cittadino che abbia lavorato nella città e per la città e che sia facilmente riconoscibile per credibilità acquisita. Mancano anche i programmi, che non hanno alcun referente sociale di ampio respiro, se non quello clientelare o di ristrettissime ma facoltosissime lobby, poiché manca qualsivoglia tipo di analisi sociologica della realtà comasca.
Di più: poiché i programmi spesso devono adattarsi ad una realtà sempre cangiante, con scenari globali e locali spesso imprevedibili, manca una grammatica e un linguaggio comune, cioè quell’universo semantico che costituisce il cemento di una comunità e che le consente di trovare di volta in volta le idee e le politiche migliori per affrontare i problemi che la realtà impone.