Nelle scorse ore abbiamo ospitato l’ampia riflessione sul quadro politico cittadino di Luca Michelini, pofessore ordinario di Storia del pensiero economico all’Università di Pisa e da sempre attentissimo osservatore della realtà cittadina: Como e le elezioni 2027: “L’anemia delle opposizioni, la leadership di Rapinese, le lobby. La città è addormentata”.
Così, vivaddio che esiste il dibattito, è presto arrivata una puntuale replica. E’ firmata dall’avvocato comasco Lorenzo Spallino, già assessore nella giunta del sindaco Mario Lucini citata espressamente nello scritto di Michielini in questo passaggio: Rapinese ha vinto per diversi motivi: perché il centro destra e il centro sinistra hanno fallito nelle loro esperienze di governo; perché Rapinese è stato un vero leader politico, perché ha lavorato in modo sistematico e per lungo tempo all’opposizione, costruendo mattone dopo mattone il consenso di cui ha poi goduto alle elezioni.
Ecco la lettera inviata da Spallino a ComoZero:
Como, la pigrizia intellettuale e il vizio dell’equidistanza.
Caro direttore,
ho letto l’intervento pubblicato su ComoZero dal titolo “Una città addormentata” a firma di Luca Michelini e, pur riconoscendo il diritto di chiunque di esprimere opinioni e formulare analisi politiche, non posso tacere davanti a una frase che considero non solo ingiusta, ma anche profondamente dannosa per il dibattito pubblico: “perché il centro destra e il centro sinistra hanno fallito nelle loro esperienze di governo.”
Una frase di questo tipo è comoda, ad effetto, utile per costruire una narrazione “anti-politica” che piace sempre, perché consente di distribuire colpe in modo generico senza assumersi la fatica di distinguere, approfondire, argomentare. Ma è proprio questa pigrizia intellettuale — questa volontà di ridurre tutto a una poltiglia indistinta — che contribuisce a deprimere Como e a renderla davvero “addormentata”.
Perché una città si addormenta anche quando chi parla di politica rinuncia alla verità dei fatti e si limita a un giudizio sommario: tutti uguali, tutti falliti, tutto inutile. Non mi pronuncio sulle esperienze amministrative del centrodestra. Ma non accetto che venga messa nello stesso sacco l’esperienza della giunta Lucini, l’unica amministrazione di centrosinistra nella storia dell’elezione diretta del sindaco a Como, dal 2012 al 2017. Non lo accetto per rispetto della verità, per rispetto del lavoro svolto e per rispetto della città.

La giunta Lucini non è stata un fallimento. È stata un’esperienza amministrativa concreta, documentabile, misurabile. Chi liquida quella stagione politica come un “fallimento” dimostra una cosa: o non conosce gli atti amministrativi prodotti, oppure finge di non conoscerli. In entrambi i casi, il risultato è lo stesso: una mistificazione. Senza fare altri esempi, durante quell’amministrazione è stato approvato un Piano di Governo del Territorio a consumo di suolo zero, l’unico di una città capoluogo italiana. Un risultato prima di tutto politico, nella misura in cui esprime una visione condivisa. Per questo risultato, nel 2022 il Comune di Como è stato insignito del premio assegnato annualmente da ISPRA ai comuni italiani che limitano o azzerano nuove impermeabilizzazioni, privilegiando la rigenerazione urbana. Il sindaco attuale, descritto nell’articolo come un “vero leader politico”, si è rifiutato di presenziare.
Chi parla di “fallimento” dovrebbe avere l’onestà di spiegare: fallimento rispetto a cosa? Rispetto agli interessi di chi voleva costruire ancora? Rispetto a chi avrebbe preferito che la città si consegnasse al consumo di suolo e alla rendita immobiliare? O rispetto a chi ritiene che l’amministrazione pubblica serva solo a distribuire favori? Perché se il criterio è la qualità delle scelte urbanistiche, ambientali e strategiche, allora quella giunta rappresenta esattamente il contrario di un fallimento.
Trovo perciò insopportabile in certe analisi “da osservatore esterno” l’idea implicita che amministrare sia facile, o che sia lecito giudicare chi governa senza aver mai affrontato il peso delle decisioni. È un atteggiamento comodo: si resta fuori, si commenta, si critica, si distribuiscono pagelle. Ma chi governa, chi amministra davvero, sa cosa significa: significa assumersi responsabilità ogni giorno, affrontare conflitti, tenere insieme interessi divergenti, lavorare con la macchina amministrativa, con i vincoli di bilancio, con le norme, con la burocrazia, con la complessità. Significa anche pagare un prezzo familiare e personale. E Como, su questo, dovrebbe avere memoria lunga.
Il vero spartiacque politico si chiama “paratie”. E qualcuno ha pagato un prezzo altissimo. Se l’esperienza della giunta Lucini, rara espressione di politica e forze sociali, non ha avuto seguito, non è perché “il centrosinistra ha fallito”. È perché la città è stata travolta dalla vicenda delle paratie. Una vicenda che non è stata soltanto amministrativa, ma anche politica e mediatica. Una vicenda che ha prodotto fratture, alimentato rancori, generato delegittimazione, spesso a prescindere dalla ricostruzione corretta dei fatti. E soprattutto una vicenda per la quale qualcuno ha pagato un prezzo altissimo. Questa è la verità. Tutto il resto è semplificazione o colpevole mancanza di memoria.
C’è una responsabilità grave nel dire “hanno fallito tutti”: si distrugge la fiducia e si consegna la città al cinismo e al populismo. Il problema vero è che frasi come quella pubblicata non sono neutre. Non sono semplici opinioni. Sono benzina. Dire “centrodestra e centrosinistra hanno fallito” significa dire ai cittadini: non credete più a niente. Significa alimentare la convinzione che la politica sia inutile, che l’impegno civico sia vano, che l’amministrazione sia sempre un teatrino. È esattamente questo che produce il vuoto. E il vuoto, si sa, viene sempre riempito: dal populismo, dalla propaganda, dall’uomo solo al comando, dal dilettantismo travestito da efficienza.
Se oggi Como vive una stagione politica segnata dalla contrapposizione sterile, dalla personalizzazione estrema, dalla riduzione del dibattito a tifoseria, è anche perché per anni si è coltivata l’idea che “sono tutti uguali”. No, non sono tutti uguali. E se continuiamo a raccontare che lo sono, allora sì che Como resterà addormentata.