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Il “trasferello politico” con Rapinese e il rischio di evaporare: l’azzardo della Lega per le regionali

Appare in larga misura inspiegabile il processo di evaporazione scientifica che sembra essersi autoimposta la Lega a Como. Eppure, soltanto fino a quattro mesi fa, il partito di Matteo Salvini esprimeva il vicesindaco e l’assessore al Bilancio con Adriano Caldara, l’assessore alle Politiche educative con Alessandra Bonduri, contava sulla presenza del deputato Claudio Borghi nel (numeroso) gruppo consiliare di maggioranza e, almeno nella prima parte del mandato 2017-2022, con Alessandra Locatelli aveva impresso gran parte dell’identità politica all’esecutivo oltre a garantire fino all’ultimo minuto il più convinto sostegno all’ex sindaco Mario Landriscina.

Ora, nel volgere di appena una manciata di settimane, soltanto l’ultima cosa non è cambiata: per quanto tecnicamente all’opposizione, infatti, la Lega – che già aveva garantito voti essenziali al neosindaco Alessandro Rapinese alle elezioni di giugno, abbandonando ben presto il candidato ufficiale di coalizione Giordano Molteni – si può considerare una sorta di alleato ufficioso e silenzioso dell’attuale primo cittadino e della sua maggioranza. Naturalmente “in contumacia”, visto che in aula – del tutto comprensibilmente – la consigliera Alessandra Locatelli, che incidentalmente è anche ministro alla Disabilità, si vede poco (e ancora meno sostiene le iniziative congiunte del resto delle minoranze come sulla recente mozione sul caso Tari, preferendo piuttosto attaccare i vicini di banco del centrosinistra).

Inquadrata questa bizzarra situazione – che affonda le radici soprattutto nella speranza della Lega di sovrapporre il consenso verso Rapinese al proprio alle prossime elezioni regionali – restano però almeno due domande sul tappeto salviniano a Palazzo Cernezzi.

La prima: sul serio esiste qualcuno nella costola comasca del partito salviniano che pensa che la prossima primavera, quando si voterà per Palazzo Lombardia, gli elettori di Rapinese non già leghisti possano automaticamente scegliere il simbolo della Lega solo perché a Palazzo Cernezzi il partito si è dato la linea del silenzio-assenso verso l’operato della giunta? Veramente ai piani alti del fu Carroccio, si immagina che un elettore tipo del sindaco civico e anti-partiti per eccellenza possa barrare il simbolo leghista alla regionali e scegliere un candidato come Fabrizio Turba o Alessandro Fermi, per la sola compiacenza leghista verso il primo cittadino in consiglio comunale? Per carità, poi magari accadrà, soprattutto se dal Pirellone dovessero arrivare a Como cospicui finanziamenti (come pare possibile) per il futuro palazzetto di Muggiò o dopo qualche foto-opportunity pre-elettorale sul nuovo lungolago in via di conclusione. Ma si tratta comunque di un baratto mascherato piuttosto rischioso, in cui – a prima vista – ha sicuramente più da guadagnare Rapinese, a cui certamente farebbero comodo finanziamenti e paratie concluse, che non la Lega ridotta a fare da portatrice d’acqua confidando in un ricambio dei favori nelle urne tutt’altro che certo. Il rischio reale, con un partito già ridotto al 6% alle ultime comunali, è che il travaso sia sostanzialmente a un senso solo e tutto in direzione del sindaco. Se invece quest’opera di mimesi avrà funzionato, lo diranno numeri e percentuali.

C’è poi il secondo tema: abbandonare a se stessa l’aula pur di mantenere almeno nominalmente in prima linea la custode di questa “alleanza non dichiarata”, ossia Alessandra Locatelli, piuttosto che permettere il più logico avvicendamento (con le dimissioni del ministro entrerebbe, come indipendente, l’ex assessore landrisciniana Elena Negretti), porta più vantaggi al patto silenzioso con il sindaco o contribuisce a far sparire ancora di più il partito dai radar dei comaschi? A oggi, la sensazione è decisamente più la seconda: sfidiamo chiunque a ricordare un atto, una dichiarazione, un qualsiasi segnale di vita della Lega in città e in Comune negli ultimi quattro mesi, tenendo anche conto che i rapporti con gli altri gruppi di centrodestra (da Fratelli d’Italia a quel che resta di Forza Italia) sono ridotti ai minimi termini in città, per non dire inesistenti.

Insomma, la Lega ha scelto una via rischiosa: favorire l’illusione ottica della propria sovrapponibilità alla abbondanti sacche di voti di Rapinese, puntando a raccogliere i frutti di questo “trasferello politico” alle regionali di primavera. Solo che, sul “bugiardino” di questa mossa, alla voce controindicazioni c’è anche un potenziale effetto collaterale tutt’altro che secondario: la riduzione a fantasma cittadino del partito che alle Politiche del 2018 prese il 23%, a quelle del 2022 il 10% e alle comunali era già scesa al 6.

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