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Attualità, scuola

A Como dopo 150 anni tristissimo addio al cuore del quartiere, chiude l’asilo che ha fatto storia. Suor Patrizia: “Mi sento quasi derubata”

Questo articolo è uscito sul nostro periodico cartaceo in distribuzione da venerdì scorso, 16 gennaio.

Dopo oltre centocinquant’anni, al termine di questo anno scolastico la scuola materna e asilo nido “San Bartolomeo” di via Rezia a Como saluterà bambini e famiglie e chiuderà per sempre le sue porte.

Una notizia che pesa come un macigno non solo per chi quella scuola la vive ogni giorno, ma per l’intera città di Como che, con questa chiusura, non perde semplicemente un servizio educativo, ma una storia lunga, silenziosa e tenace, intrecciata alla vita del borgo, alla sua anima più popolare e accogliente.

Era il 1874, infatti, quando il futuro San Giovanni Battista Scalabrini volle fondare proprio qui un asilo, accanto alla chiesa di San Bartolomeo, affidandolo alla gestione della sorella Luisa. Un’opera pensata per sostenere le famiglie del quartiere, spesso numerose, in un tempo in cui le donne dovevano tornare a lavorare, gli uomini spesso emigravano e avevano bisogno di un luogo sicuro dove lasciare i figli. Dal 1915 quella missione è stata poi raccolta e portata avanti dalle suore della Congregazione delle Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli che, per decenni, tra queste mura, hanno accolto generazioni di bambini in quella che per molti non era una semplice scuola, ma una vera e propria casa, un convitto dove trascorrere la settimana sotto le cure amorevoli delle consorelle.

“Qui si sono susseguite generazioni di suore che hanno messo a disposizione tutta la loro vita, privandosi anche dell’indispensabile per poter costruire questa realtà e dare una risposta alle esigenze delle famiglie del quartiere”, racconta suor Patrizia, Madre Superiora e direttrice della scuola. E nelle sue parole c’è sì l’orgoglio di una storia costruita giorno dopo giorno, ma anche la fatica di una scelta che oggi appare inevitabile e profondamente dolorosa, con difficoltà concrete, eppure mai ridotte a freddi numeri.

“Mentre l’asilo accoglie 24 bambini su 25 posti disponibili, alla materna abbiamo solo 36 iscritti a fronte di oltre cinquanta posti – spiega infatti – ma la causa non è solo il calo della natalità. C’è anche la difficoltà nell’essere realmente ‘paritari’ con le scuole pubbliche. Infatti, mentre anche ai nidi comunali si paga una retta in base all’Isee, per la materna i contributi alle famiglie non riescono a rendere le nostre rette davvero paragonabili ai costi dalle scuole pubbliche, dove si paga solo la mensa. Così molti genitori fanno scelte diverse”.

Intanto, però, i costi continuano a crescere: “Mentre prima c’erano le suore, che non venivano pagate, ora abbiamo educatrici laiche regolarmente assunte. A questo si aggiungono le utenze e tutte le altre spese di una scuola – prosegue – nessuna scuola come la nostra è nata per i ricchi, ma inevitabilmente lo diventa. La vera parità non c’è, e senza quella non si sopravvive”.

Eppure, nonostante tutto, la scuola non ha mai smesso di credere nella propria missione: “Siamo una vera famiglia e abbiamo sempre voluto offrire un servizio eccellente, rispettoso delle normative, aggiornato, ma soprattutto vissuto come una missione, perché questo non è solo un lavoro, per nessuno di noi”, dice.

Un legame profondo con il quartiere e l’intera città, ricambiato dalle famiglie in modo toccante: “I genitori erano così dispiaciuti da propormi di impegnarsi a pagare di più pur di restare aperti – spiega la direttrice – mi ha fatto piacere, perché significa che si sentono parte di qualcosa che vale. Ma come si fa? Dovrei aggiungere 200 euro al mese solo sulle rette del nido, ma conosco le difficoltà, so che non tutti possono. E noi, per vocazione, dobbiamo essere aperti all’accoglienza di tutti, siamo la scuola del borgo, un borgo che non è fatto solo di gente ricca, ma è vario, multiculturale. Ed è il suo bello”.

Accanto ai problemi economici, però, c’è una ferita ancora più profonda, la mancanza di futuro all’interno della congregazione stessa: “Non ci sono più suore dietro di me, non ci sono più vocazioni. Trentacinque anni fa eravamo seimila suore solo in Italia, oggi siamo circa 700. E delle centinaia e centinaia di case, oggi ne restano ottanta. Stiamo chiudendo scuole e case di riposo a ritmo di trenta all’anno”, spiega infatti.

Quando suor Patrizia è arrivata a Como, quattro anni fa, aveva un mandato chiaro: “Trovare qualcuno a cui consegnare la scuola – racconta – ho visto esperienze bellissime, portate avanti da ex insegnanti, ex genitori, ex allievi. Ma non sono stata capace di trovare niente. Pensavo di avere ancora un po’ di margine, ma questa decisione è stata rinviata per quasi vent’anni, ora non è più possibile”.

Ed è qui che la sua voce si fa più fragile: “È una grossa sofferenza, perché non è solo una scuola che si chiude. È un pezzo di storia importante di questa città che rischia di dissolversi con il tempo – dice con gli occhi lucidi e la voce incrinata – il mondo va veloce e tra dieci, vent’anni, nessuno si ricorderà più di questi oltre 150 anni di vita, di tutto quello che c’è stato, del legame con il borgo, con la parrocchia. Rimarrà in chi l’ha vissuto, ma non nel territorio e mi sento quasi derubata, come se fosse entrato qualcuno e mi avesse rubato tutti i ricordi di famiglia”.

Resta l’edificio, destinato a un lungo silenzio, con davanti un futuro ancora incerto: “Sarà una chiusura lunga e dolorosa, pensando a tutta la vita che c’è stata e che non c’è più e, quando avrò finito di impacchettare e distribuire tutto, questa casa resterà vuota come molte altre proprietà della congregazione – spiega suor Patrizia – purtroppo si tratta di edifici grandi, antichi, con vincoli di destinazione d’uso rigidi. E’ difficile riuscire ad alienarli e il rischio è che si deteriorino o, nell’ipotesi peggiore, che vengano occupati abusivamente”. Nel saluto finale, suor Patrizia parla con la semplicità e la profondità di chi ha speso la propria vita per gli altri: “Genitori e bambini sono la nostra famiglia, la nostra vita è tutta spesa per loro. Per noi questo è uno strappo doloroso, un lutto che dovremo faticosamente superare. Noi li portiamo nel nostro cuore e loro, che hanno la vita davanti e troveranno altre strade, spero che porteranno noi nel loro – sono le sue parole – e lo stesso vale per tutte le persone che abbiamo incontrato nella nostra vita camminando per le strade del borgo, visitando le case a domicilio, lavorando nel catechismo all’oratorio. Il bene fatto resta, non muore mai”.

Con la chiusura dell’asilo “San Bartolomeo”, Como perde più di una scuola. Perde un frammento della propria memoria viva, un luogo che ha saputo tenere insieme generazioni, culture, storie diverse. E mentre le porte si avviano a chiudersi, resta una responsabilità collettiva: non lasciare che, insieme alle voci dei bambini, si spenga anche il ricordo di ciò che questa scuola è stata per tanti comaschi, per la città e per la sua anima.

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