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Addio tavolini vista lago, Giuliani: “Progetto devastante per i locali e la Como turistica. Da Rapinese accanimento”

“Una cosa deve essere chiara: se si bloccheranno i lavori, la responsabilità sarà solo del Comune, non certo nostra”. Carmine Giuliani, l’imprenditore titolare del locale simbolo di piazza De Gasperi, è in prima linea nella battaglia legale contro l’amministrazione e il progetto che dovrebbe cambiare volto al tratto di lungolago tra piazza Matteotti a viale Geno.

Nell’ultimo round, i tre ristoranti della zona, assistiti dall’avvocato Elisabetta Di Matteo, hanno ottenuto una nuova sospensiva e almeno fino al prossimo 25 novembre. Vengono contestati al Comune la scadenza della concessione per i tavolini all’aperto fissata al 13 novembre 2026 che impone anche lo sgombero di tutti gli arredi, l’articolo del regolamento comunale che esclude la possibilità di prorogare o rinnovare le concessioni scadute e anche gli effetti economici e pratici del progetto (lo trovate qui) e dei lavori sulle attività.

Piazza De Gasperi, in questo scenario, rappresenta un po’ il cuore simbolico e fisico dell’intera vicenda.

La polemica sui tavolini e la riduzione drastica

“Qui oggi ci sono circa 100 tavolini – spiega Giuliani, seduto fuori dal suo locale e con i turisti che si godono sole e caffè in una magnifica giornata di fine ottobre – il progetto del Comune li vuole ridurre a una ventina. Le conseguenze? Devastanti”.

I motivi elencati dall’imprenditore sono pesanti: “Quando nel 2013 la piazza venne rifatta, fu chiaramente per renderla viva anche con il contributo di bar e ristoranti. Da quel momento, ovviamente, tutti noi abbiamo fatto di tutto perché la zona fosse sempre più accogliente, ben tenuta, sicura. Per far sì che fosse un bel biglietto da visita per la città che stava diventando sempre più turistica, in sostanza”.

Gli investimenti e il rischio fallimento

“Sa questo cosa significa, in pratica? – prosegue Giuliani – Vuole dire investimenti continui, miglioramenti costanti, posti di lavoro, tasse, spese, tributi, bollette, affitti. C’è chi ha investito mezzo milione per rifare il locale, chi 100mila per migliorarlo, chi ha acquistato i muri, chi ha assunto personale, chi sulla base della prospettiva originaria ha messo su famiglia, ha pianificato un futuro. E adesso, senza un confronto, senza una consultazione, senza mai una possibilità di dialogo, il sindaco decide che tutti quei sacrifici e quegli investimenti non valgono niente, vanno spazzati via, non contano nulla. Il risultato, se finisse come vuole Rapinese, è uno solo: il fallimento. E non è un’iperbole, è la pura verità”.

Un rendering del progetto futuro per piazza De Gasperi

L’accusa di “privatizzazione” e il presidio del territorio

Una delle accuse su cui il titolare del Bar Giuliani si infervora di più è quella di aver privatizzato di fatto la piazza. “Un ragionamento semplicistico e quasi offensivo – ribatte subito – Ciò che i locali hanno fatto è rispettare ciò che si poteva fare, pagando il dovuto e rispettando le concessioni in essere. Prima qui c’era un tristissimo parcheggio, ora piazza De Gasperi è viva, bella, apprezzatissima dai turisti che almeno qui possono bere un caffè o cenare guardando il lago. Ed è ancora più sicura di prima, perché comunque la presenza delle attività è una forma di presidio e di controllo, anche di sera. Mi chiedo: quando e se mai ci sarà solo un pugno di tavolini tra un passo carraio e un parcheggio, siamo sicuri che non cambierà in peggio? E se Como è davvero una città turistica, e sicuramente lo è, la risposta è davvero togliere servizi pubblici e attività di cui godono migliaia di persone all’anno?”. Domande che ovviamente secondo Giuliani hanno già risposte implicite. E negative.

Il braccio di ferro con l’amministrazione comunale

Un’ultima considerazione è sui modi tenuti dal sindaco e dall’amministrazione in tutta questa vicenda, per ora sospesa. “Si è cominciato imponendoci un nuovo regolamento su tovaglie e tende, facendo la guerra ai paravento e ai mobili di servizio, ma va bene, ci si adegua. Poi si è passati a un cantiere che in questa zona doveva iniziare a Pasqua e finire in autunno, nel cuore della stagione turistica. Una cosa assurda secondo chiunque, che fortunatamente abbiamo sventato anche se sembra quasi che ora ce la si voglia far pagare. Poi siamo passati dalle concessioni, prima annunciate e poi negate nella misura in cui le attendevamo, e infine concesse per 30, 40, 50 giorni a seconda del locale. Io mi chiedo: è possibile che un’amministrazione pubblica lavori in questo modo? Sembra più accanimento che collaborazione. C’è quasi la sensazione che si vogliano mettere i bastoni tra le ruote a chi lavora piuttosto che collaborare per il bene generale di Como. A noi quindi non resta che difenderci ed è per questo che ribadisco: se il Tribunale bloccasse mai i lavori, la responsabilità non potrà certo essere addossata a noi. Senza l’80% dei tavolini, ci si vuol solo far morire. E noi vogliamo far valere i nostri diritti, nulla di più”.

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