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“Autoreferenzialità, strabismo pro Varese, noi cugini poveri”. Butti affonda il totem Ats Insubria

“Sia chiaro a tutti, questo non è un attacco politico a Regione Lombardia che, pur con qualche comprensibile errore, ringrazio per non aver lesinato la benché minima energia nella lotta a COVID 19. Questo per chiarezza”.

La premessa è soft, ma il deputato comasco di Fratelli d’Italia, Alessio Butti, non lesina critiche anche pesanti ad Ats Insubria, l’emanazione sui territori della sanità regionale. Nel mirino, la nota diffusa ieri.

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“Vorrei che in futuro i dati forniti da ATS fossero disaggregati per provincia in modo da consentire a tutti una lettura immediata e consapevole – afferma Butti – penso inoltre che la meritoria attività citata da ATS in questo slancio autoreferenziale andrebbe scandita con maggior chiarezza per quanto concerne i tempi di attuazione e intervento”

Segue una serie di affondi specifici. Il primo sui tamponi: “Si legge che da ieri è stata potenziata l’attività di esecuzione dei tamponi e questa precisione temporale apprezzabile andrebbe estesa anche agli altri interventi descritti nel comunicato stampa. Peraltro abbiamo certezza che ATS sia ancora alla ricerca di medici volontari per effettuare tamponi, ma non cerchiamo il pelo nell’uovo”.

“Poi leggo anche che sono in corso sopralluoghi nelle strutture sociosanitarie. Ma da quando sono in corso? Da un mese e mezzo o dalla scorsa settimana? – chiede polemicamente il deputato lariano – No, perché un entusiasta di natura, quale sono io, potrebbe dedurre che tutto va bene nelle strutture e sul territorio. Quindi, proseguo per deduzione logica, i sindaci e i responsabili delle strutture RSA, che si sono giustamente lamentati, anche con me, sono dei complottisti”.

Segue il tema – noto da tempo sul Lario – delle apparenti attenzioni riservate soprattutto al ramo varesino del territorio di competenza dell’Ats.

“Ma quello che stupisce è l’assenza di citazioni riservate alle istituzioni comasche – sottolinea Butti -Con il sostegno di Camera di Commercio di Varese, dell’ordine dei medici di Varese e del comune di Busto Arsizio (a tutti il mio sincero plauso) ATS Insubria ha istituito, si legge sempre nella nota diramata ieri, una terza postazione per l’esecuzione dei tamponi in modalità drive in da affiancare a quelle esistenti di Varese e Como”.

“Poi si cita un altro progetto interessante di radiodiagnostica al letto nelle RSA, si presume della provincia di Varese, in collaborazione con una delle ASST varesine (Settelaghi). Tutto sinceramente apprezzabile, ma ci vogliono per caso dire, in modo subliminale, che le categorie comasche, la Camera di commercio di Como e Lecco (presidente comasco), gli ordini professionali comaschi, l’ASST, il Sant’Anna e altre istituzioni non si siano rese disponibili per implementare, anche in questa provincia dei cugini poveri, qualche progetto di utilità al territorio?”.

“Non ci credo! Non ci credo perché conosco la sensibilità dei vertici delle citate “istituzioni” – affonda ancora Butti – Più probabile che questa lodevole “voglia di fare” di ATS Insubria sia stata colta da strabismo e limitata dal gusto per il “particulare machiavellico varesino”. Peraltro, da cittadino e anche da legislatore nazionale, mi sarebbe piaciuto leggere di questo attivismo non il 20 aprile, ma qualche settimana prima. Magari anticipando un zic, si dice dalle mie parti, i decessi avvenuti nelle RSA e le difficoltà con cui hanno lavorato gli operatori a qualsiasi livello. Siamo davvero sicuri che in questa fase ( per non parlare della precedente) alle RSA servano “telemedicina” o radio diagnostica a domicilio e non altro? Se si vuole evitare la polemica, o qualsivoglia reazione, occorre evitare la provocazione”.

In prospettiva, il deputato comasco afferma che “la Riforma Maroni del 2015, almeno per quanto concerne il servizio socio sanitario sul territorio, necessita di un tagliando. Purtroppo le modifiche apportate alla legge 23/2015 nell’autunno 2018, dopo la fase sperimentale, riguardavano solo l’azzonamento socio sanitario delle competenze ATS, non la diversa qualità dell’organizzazione dei servizi. Quella Riforma, che ebbi modo di definire già allora “degli acronimi” consente troppe libere interpretazioni attuative”.

“Questo – è la conclusione – crea confusione negli operatori, ma soprattutto nei cittadini che da una Riforma studiata per loro, non vogliono complicati acronimi, burocrazia o paroloni, vogliono solo essere curati. Inutile piangere ora sul latte versato, questa pandemia obbligherà la politica, a tutti i livelli, ad intraprendere un condiviso e sereno processo di riforma del servizio sanitario. Questo non significa rinunciare alle competenze regionali per tornare al servizio centralizzato del vecchio ministero della Sanità, anzi! Sarebbe una follia. Ma solo fare chiarezza tra le competenze”.

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