E’ veramente un leone indomabile, Nini Binda, storico imprenditore tessile, assessore ai tempi della giunta Botta e ancora oggi appassionato della sua città come un ragazzino. E soprattutto, cuore traboccante di passione civica. Non si spiegherebbe altrimenti, d’altro canto, l’appello accorato (e in alcuni istanti persino accalorato) che oggi rivolge alla città, alle sue forze economiche e culturali, agli imprenditori. A chi potrebbe fare qualcosa di concreto, insomma, “per salvare quel capolavoro senza eguali che è l’Asilo Sant’Elia, opera meravigliosa, simbolo del nostro Razionalismo, firmato da un genio come Giuseppe Terragni, patrimonio di tutti i comaschi”.
Chiarito il senso del suo intervento, arriva la parte meno felice del momento: lo sdegno e il dolore provati da Binda per le condizioni di degrado e abbandono in cui giace l’asilo ormai dal 2019, quando fu definitivamente chiuso, perdendo i bambini che lo frequentavano e finendo in un appalto maledetto abbandonato nemmeno a metà.

Da allora, un calvario straziante: struttura recintata e chiusa, incuria che ne ha aggredito aspetto e sostanza, una soluzione per il recupero (stimato dal Comune in circa 4 milioni di euro) che non si vede arrivare. Unica flebile fiammella, il sopralluogo dello scorso ottobre da parte del sindaco Alessandro Rapinese assieme alla Soprintendenza al Politecnico per studiare i possibili passi, ma di un progetto vero e proprio non si parlerà prima della primavera 2024. Forse.

“Non vorrei ci fosse qualche intenzione che non conosciamo dietro a questa situazione – dice Binda – ma voglio sperare di no. Resta il fatto che l’abbandono in cui giace l’Asilo Sant’Elia è una vergogna, un qualcosa di assolutamente inaccettabile. Da comasco, da amante del Razionalismo, da innamorato di quel capolavoro, mi si stringe il cuore di fronte alle condizioni in cui versa”. Sempre peggiori, tra l’altro, visto proprio poche ore fa davamo conto dei giacigli comparsi sul perimetro dell’edificio progettato da Terragni.

“Come può una città ricca come Como non trovare le risorse per salvare l’Asilo Sant’Elia? – domanda e si domanda Nini Binda, in quello che somiglia sempre più a uno sfogo tra rabbia e autentica sofferenza – Io la mia parte negli anni l’ho fatta, per la Fontana di Camerlata misi due miliardi di tasca mia in due occasioni per restituirla alla città. Adesso perché nessuno dei potenti, degli imprenditori, dei grandi nomi dell’industria comasca non sente l’esigenza di fare qualcosa? A cosa servono certe infinite ricchezze se non danno nulla alla comunità e ai suoi monumenti più cari e preziosi?”

E’ un fiume in piena l’ex assessore, conosciutissimo ben oltre Como: “Se un’opera del genere avesse avuto bisogno di un salvataggio come in questo caso, sono certo che grandi personalità come ad esempio Lanvin in Francia sarebbero intervenute. Molti l’hanno fatto, anche in Italia il gruppo Tod’s ha contribuito alla sistemazione del Colosseo. A Como invece è mai possibile che nessun grande imprenditore, o magari un gruppo di imprenditori, voglia impegnarsi per salvare il capolavoro di Terragni? Mi sembra incredibile, un grande segnale di insensibilità”. La conclusione è amara: “Sono indignato, deluso, dispiaciuto. Non posso pensare che un simbolo del Razionalismo comasco noto in tutto il mondo sia destinato all’oblio e all’abbandono. E allora davvero mi appello alla città: qualcuno agisca, per il bene di tutti. I comaschi sapranno essere riconoscenti e, tra l’altro, l’eco di un gesto simile sarebbe da solo un grande ritorno positivo di immagine. Speriamo”.