Il 4 maggio – forse – le maglie del lockdown si allenteranno un po’ e potremo tornare ad uscire. Ma siamo sicuri che saremo tutti pronti a farlo? A giudicare dalla storia di Elena (nome di fantasia per tutelare la sua privacy) e della sua famiglia, raccontata in una lunga mail ancora senza risposta da lei inviata a Ats, verrebbe da dire che converrà incrociare le dita.

“Aspettiamo risposte da moltissimo tempo – racconta – ci siamo sentiti abbandonati in un momento di paura e ancora non sappiamo cosa dobbiamo fare”.
L’incubo di Elena e della sua famiglia (marito, due figli piccoli, suocera e due cognati che vivono in un’unica palazzina in provincia di Como) inizia a febbraio, quando nella fabbrica in Svizzera dove lavorano marito e cognato i dipendenti iniziano ad ammalarsi di una strana influenza.

“Il 7 marzo, quando in Italia è iniziato il lockdown, l’azienda ha invitato tutti a trasferirsi in un albergo ma, pochi giorni dopo, mio marito è stato rimandato a casa con febbre alta e perdita dell’olfatto – racconta – abbiamo subito chiamato il 112 ma ci hanno solo detto di rimanere a casa. Pochi giorni dopo ci siamo ammalati sia io che mio cognato e il 14 marzo, nonostante avessimo evitato contatti, è stata la volta di mia suocera”.

Febbre, una strana sonnolenza, parole confuse e la telefonata immediata al 112: “Nessuno ci ha risposto per tutto il weekend – racconta Elena – e mia suocera stava sempre più male. Finché il 22 marzo un amico medico l’ha visitata e fatta ricoverare d’urgenza con una brutta polmonite. I medici ci hanno detto che, se non fosse stata portata in ospedale, non sarebbe arrivata al giorno successivo. Le fanno anche il tampone per il Covid 19 che risulta positivo”.

Nonostante tutte le precauzioni prese, la sera stessa si ammala anche la cognata di Elena ma i sintomi sono lievi e le viene solo detto di rimanere a casa in isolamento.
Da qui il silenzio: chiusi in casa, con gli amici che lasciano la spesa fuori dalla porta e nessuno che si preoccupa non solo di far loro i tamponi, ma neanche di spiegare cosa devono fare.
“Silenzio fino al 2 aprile quando arriva una lettera da Ats che ci comunicava l’obbligo di quarantena fino al 5 aprile, tre giorni dopo – racconta – in tutti quei giorni nessuna comunicazione ufficiale, tutto lasciato alla nostra coscienza”.

Il 14 aprile la suocera, ancora positiva al Covid, viene rimandata a casa per mancanza di posti letto e torna in isolamento a casa sua e marito, cognato e cognata di Elena sono richiamati al lavoro: “Nessuno li ha visitati, nessuno ha fatto loro un tampone anche se l’abbiamo chiesto più volte – spiega – solo mia cognata l’ha ottenuto per ragioni di lavoro ma a oggi non sappiamo ancora l’esito. Intanto la ditta di mio marito e di mio cognato ha acconsentito a lasciarli a casa ancora qualche giorno in attesa di capire come stanno, ma non sappiamo fino a quando sarà possibile. Poi cosa faranno? Torneranno a lavorare senza sapere se sono davvero guariti?”.

In mezzo a tante paure e domande senza risposta, la reazione di Elena è lucida e molto composta, ma non per questo meno ferma.
“Ci siamo sentiti abbandonati sia da Ats che dal medico di base, che non è voluto venire a visitarci ma avrebbe almeno potuto interessarsi, fare una telefonata in più. Persino il 112, un numero che dovrebbe garantire aiuto in caso di emergenza, non ci ha risposto – dice – Capisco tutto, la paura di un medico di venire a domicilio, la crisi della sanità di fronte all’emergenza, ma adesso la crisi è passata e non si possono gestire le cose con questa leggerezza, soprattutto se si pensa che tra poco probabilmente potremo tornare tutti a uscire. Visto che è dimostrato che non tutti si negativizzano in due settimane, quanti di noi lo faranno senza sapere se sono davvero guariti?”.