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Attualità

Covid, l’incubo di Roberto Tenace: “Quelle notti in ospedale, la paura, le lacrime, i postumi. Oggi la mia vita è stravolta”

Per un comasco, difficile non essersi imbattuti almeno una volta in quell’omone sorridente, dinamico, alto più di un metro e ottanta: per il lavoro alle Poste, perché è stato consigliere comunale a Palazzo Cernezzi, per l’attività nel volontariato, per la partecipazione al Palio del Baradello, per mille altri motivi.

Per quegli stessi motivi, il racconto dei 32 giorni passati in ospedale da Roberto Tenace, 59 anni, annientato per lunghissime settimane dal Covid e tutt’ora alle prese con postumi durissimi e lentissimi del virus è ancora più pesante, carico di sofferenza. Un calvario iniziato poco più di due mesi fa.

 

“Era l’11 marzo scorso – racconta Tenace – Alla fine di una classica mattina di lavoro, dopo pranzo, ricordo che dissi al mio capo che mi girava po’ la testa e mi sentivo un po’ caldo. Un paio d’ore dopo, a casa, provai la febbre: avevo 37,7. E lì iniziavo un’esperienza terribile”:

Scattano le misure classiche: consulto con il medico, prenotazione del tampone, isolamento in una stanza di casa. Passa un giorno, la situazione precipita rapidamente: febbre a 39, saturazione che crolla improvvisamente.

“Era arrivata a 93 e infatti inizai a far fatica a respirare. Chiamai il 112, l’ambulanza arrivò in pochissimi minuti e venni portato al pronto soccorso. Ricordo bene una stranissima sensazione: nonostante i sintomi stessero peggiorando, mentre attendenvo l’esito del tampone ebbi quasi la sensazione di stare meglio, mi prese una sorta di torpore quasi tranquillizzante. Ma l’esito spazzò via i dubbi: ero positivo al Coronavirus”.

 

La memoria va al momento esatto in cui la situazione precipitò.

“Ero a letto, ricordo che mi girai per scendere perché dovevo andare in bagno. Mi prese un attacco di nausea fortissimo, sentii le forze abbandonarmi di colpo. Quando mi sono risvegliai, avevo un gruppo di medici attorno: ero svenuto”.

Tenace venne trasferito nel reparto Covid.

“Avevo bisogno di ossigeno, mi hanno messo una maschera rigida sul volto e il macchinario praticamente spingeva praticamente a forza l’ossigeno nei miei polmoni. Dovevo sincronizzare il respiro con il suo ritmo, altrimenti non riuscivo a respirare. E intanto sei lì, da solo, debolissimo, con il cervello che non smette mai di funzionare, con la paura di non sapere come finirà”.

La situazione non migliora, Roberto viene trasferito nella terapia semi-intensiva Covid, la polmonite bilaterale si era fatta più aggressiva.

“Cioè dove stavano casi più gravi. Non ho mai pianto tanto come in quei giorni. E per paradosso, capitava non soltanto per la paura o la sofferenza, ma anche pensando o ascoltando qualcosa di bello, pensando alla bellezza e alla fragilità della vita normale”.

“I medici, le inferimiere e gli infermieri, gli specialisti sono stati angeli: sempre pronti ad aiutarti, consolarti, darti forza e coraggio. Intanto, però, la saturazione era scesa a 89 e un giorno davvero non potrò dimenticarlo: una signora che stava nel letto vicino, che fino a poco prima era nelle mie stesse condizioni, ha iniziato a peggiorare velocissimamente: saturazione a 87, 86, 85. L’hanno portata via. E in 32 giorni, ne ho visti passare davanti a me di bare e teli”.

 

Un altro ricordo indelebili, le notti.

“Sono arrivato a non dormire per 10 di fila. Un inferno. A un certo punto ho chiesto qualsiasi farmaco pur di dormire qualche ora, ma i medici mi dissero che non potevano, avevano già provato il possibile e oltre era rischioso andare. E intanto, ogni notte, era scandita dai campanelli di allarme delle camere, costantemente, senza sosta”.

Dopo quel momento, però, farmaci, macchine e medici riescono nel miracolo: Tenace, lentamente, migliora. Il peggio è passato, si può cominciare a pensare timidamente a un dopo, a uscire da quell’inferno.

“Sì, dall’ospedale, dopo oltre un mese, sono uscito. Volevo solo tornare a casa, a un certo punto. Ma chi pensa che il momento delle dimissioni coincida con la fine dell’incubo sbaglia di grosso, almeno nel mio caso. La polmonite ha lasciato strascichi pesanti sulle funzioni del respiro, sto facendo controlli anche sul cuore, che è risultato ingrossato, respiro ancora a fatica”.

Anche le cose più banali, a tutt’oggi, due mesi dopo l’inizio di tutto, sono una sfida.

“Abito al secondo piano, ma per fare le scale mi devo ancora fermare due-tre volte per riprendere le forze. La notte è sempre un momento difficile, una volta mi sono spaventato: la saturazione era di nuovo scesa a 89, il cuore sembrava uscirmi dal petto. E, in generale, dormire bene è ancora un miraggio. Un giorno sono dovuto andare dal medico, poi ho fatto una piccolissima spesa: tornato a casa, sembrava di aver corso per 40 chilometri, sentivo una stanchezza incredibile. Appenna appoggiato al letto, sono crollato. Eppure capita che alla mattina, al risveglio, io mi senta bene, forte, quasi come prima: dura poco, la stanchezza torna subito. E devi sederti, perché la testa gira”.

“La mia vita – conclude Roberto – oggi è stravolta, completamente cambiata. E’ stato un incubo, e non è finito. Per questo ora che sento un’aria da liberi tutti, quasi come se il Covid non esistesse più o non fosse pericoloso, mi sento di dire di non cadere in quell’illusione: le conseguenze, per chiunque, possono essere tragiche. Vedo che ci si è quasi abituati a parlare di 120mila morti: 120mila morti, una catastrofe. Davvero ora una birra vale più di una tragedia di queste proporzioni? Più della vita?”.

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Un commento

  1. Davvero un grande abbraccio Roberto. Persona sempre gentile.
    A chi non ha passato l’inferno covid forse è meglio che legga l’articolo..altro che negazionisti questo mostro silenzioso esiste davvero e 120.000 morti sono una ecatombe

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