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Ore 23: tenebre in piazza De Gasperi. Se il coprifuoco è una doppia sconfitta

Forse ha ragione l’assessore al Commercio Marco Butti quando – pur nell’ovvio rispetto della sentenza del Tribunale di oggi – afferma che “tante piazze De Gasperi sarebbero un disastro epocale per Como, per il turismo e per il tessuto economico, produttivo ed occupazionale”.

Nello stesso tempo, come già si accennava, se un giudice oggi ha ritenuto di accogliere le istanze del residente che da anni protesta contro volumi e rumori oltre soglia in piazza De Gasperi, evidentemente le sue ragioni alla base del contenzioso non possono essere in alcun modo definite campate per aria.

Resta il fatto che, pur essendo il giovedì un giorno in cui la chiusura del locale simbolo della contesa – il Bar Giuliani di piazza De Gasperi – è normalmente fissata alle 23, lo scenario che a quell’ora esatta di stasera offriva e offrirà in futuro una delle zone più frequentate di Como allunga la sua ombra sul concetto stesso di città turistica.

Nei prossimi fine settimana di piena estate, infatti, il buio impietoso calato oggi sulla piazza alle 23 in punto e immortalato da un nostro lettore, difficilmente potrà rappresentare un inno alla Como proiettata nel futuro, alla Como con ambizioni internazionali, alla Como aperta ai giovani e a un divertimento assennato.

E non si interpretino queste parole come uno schierarsi unilaterale dalla parte delle attività economiche: se regole esistono e un giudice ha ritenuto che – almeno in prima battuta – quelle regole non siano state rispettate, il cosiddetto coprifuoco calato su piazza De Gasperi non può ritenersi un Ufo apparso di colpo da un’altra galassia. E’, semmai, il frutto avvelenato di una storia con troppi errori e ben distribuiti negli anni.

Una storia che lascia il gusto amaro di una doppia sconfitta più che della vittoria dell’uno sull’altro.

Perché è sacrosanto che l’abitante della zona ora chieda che quanto appurato dal Tribunale trovi applicazione.

Ma nello stesso tempo non può sfuggire a nessuno – vien da pensare nemmeno a quello stesso abitante di piazza De Gasperi – che la legittima prevalenza delle proprie rivendicazioni su quelle, per quanto correggibili, di centinaia e centinaia di persone (e forse sulla vocazione stessa della città), in realtà porti in grembo il germe di un dubbio ben più ampio della vicenda in sé. Il seme di un quadro comunque destinato a rimanere imperfetto.
Ora non è chiaro come si possa uscire da un tunnel buio – e non solo metaforicamente – in cui le parti, e con loro uno spezzone non trascurabile di città, si sono infilate. Giustizia, a rigor di diritto, è stata fatta. Sul filo della logica, onestamente, meno.

Fuori da aule di tribunale e carte bollate, andando oltre le responsabilità accertate e gli errori non manifesti, davvero si può considerare chiusa una storia che vede così tanti interessi tuttora confliggenti e irrisolti? La sensazione forte è che la risposta sia negativa.

La speranza, in fondo, è che, dopo la scure che in qualche modo stamane ha diviso un teorico “bene” da un altrettanto teorico “male”, ora venga il tempo – una sorta di extra time – per tornare dall’accetta all’ago e al filo.

Per provare a ricucire quella che, sebbene legittimamente certificata dalla legge, ha ancora tutte le sembianze di una ferita dolorosamente aperta.

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