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Zero autocritica e attacchi alla giunta: i Fridays For Future rivendicano il caos di venerdì

Dopo il caos gigantesco provocato dal corteo per le strade della città di venerdì sera, i Fridays For Future – finiti al centro di critiche e accuse- offrono la loro versione. E nel mirino, in particolare per la situazione del traffico a Como, mettono soprattutto “decenni di politiche sulla mobilità non lungimiranti”.

Nessuna autocritica o cenno di scuse per i disagi creati, anzi, la rivendicazione esplicita di quanto accaduto e poi ancora ripetuti attacchi alla giunta di Palazzo Cernezzi.

Pubblichiamo di seguito la nota diffusa dal movimento.

Ad oggi il comune di Como non è dotato di un piano urbano della mobilità sostenibile (PUMS).

Ad oggi l’attuale servizio di trasporto pubblico locale è sufficiente solo a servire un ridotto bacino d’utenza in un raggio territoriale minimo.

Ad oggi l’attuale amministrazione non ha minimamente interesse ad incentivare il TPL, visto che dai verbali relativi alla procedure pubbliche di consultazione promosse dall’Agenzia TPL si rileva che non sono previste modifiche sostanziali al servizio di area urbana di Como.

Ad oggi sono pressoché inesistenti le piste ciclabili in grado di garantire la mobilità sostenibile nei brevi spostamenti.

Ad oggi sono assenti scelte politiche coraggiose che consentano il potenziamento delle linee ferroviarie (es. Como – Lecco).

E questa amministrazione – tra le più miopi ed incapaci di preoccuparsi del benessere dei cittadini, ma piú incline a emarginare i più deboli e (per fare un esempio) a negare il cambiamento climatico – invece di pensare a risolvere il problema della mobilità:

– propone di trasformare l’area della Ticosa in un grande parcheggio, col risultato di attrarre un numero maggiore di auto in centro;

– lascia che un milione e mezzo di fondi europei per un progetto ciclopedonale possano andar persi pur di non eliminare 40 posti auto in via Mentana;

– sostiene un consorzio che sperpera un milione e 100 mila euro per organizzare un mese di bancarelle e luminarie buone solo per portare soldi nelle tasche dei commercianti e del Comune, ma col risultato di paralizzare ulteriormente il traffico cittadino.

Uno dei problemi che rileviamo è che spesso i commenti sui gruppi social riportano : “scioperano solo di venerdì, scioperassero la domenica che non c’è scuola”, ignorando che dietro ai nostri sit-in davanti al comune vi sono ore e ore di assemblee, pensieri e motivazioni.

Oppure: “Manifestate per l’ambiente e poi buttate mozziconi di sigaretta per terra, andate in giro sempre in macchina, mangiate al Mcdonalds”, pur non conoscendo personalmente nessuno di noi, senza immaginare i nostri sacrifici e rinunce per salvare il nostro futuro dalla cattiva politica che ce lo sta rubando.

Il nostro gruppo è un luogo di dibattito e confronto, di crescita e di apprendimento, dove chi decide di impegnarvisi ha davvero voglia di mettersi in gioco per lottare con passione ed entusiasmo per il proprio futuro e quello degli altri.

C’è chi sostiene che le manifestazioni passate siano state così partecipate semplicemente perché molti giovani avevano voglia di saltare un giorno di scuola, e noi rispondiamo: in parte è vero, e ne siamo consapevoli.

Ci dispiace perché vorremo che tutti abbracciassero la nostra causa, ma almeno sappiamo che quelle 30 persone che c’erano al corteo di venerdí ci credono veramente.

Per noi il fatto di aver contribuito a bloccare il traffico è paradossalmente positivo, anzi era ed è uno dei nostri obiettivi: così facendo è emerso il problema della mobilitá a Como, presente ogni giorno, ma mai in maniera cosí evidente.

La nostra rivendicazione per quanto accaduto (non esclusivamente a causa nostra) è una denuncia alla mancanza di organizzazione della città stessa, oltre che dell’amministrazione, che ha pensato a un piano di mobilità “alternativa” per 40 giorni di eventi, ma che per il resto dell’anno nasconde il problema sotto al tappeto.

E se davvero basta così poco per causare un totale blocco del traffico in una città come Como, forse bisognerebbe davvero fermarsi a pensare se il problema siamo noi oppure l’intero sistema di mobilità.

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