La carenza di forza lavoro potrebbe portare a un sovraccarico dei dipendenti oggi occupati, con gravi conseguenze sia personali che l’intera economia: l’allarme viene lanciato oggi da uno studio di UBS.
Anche la Svizzera è tutt’altro che immune da un problema che da tempo agita l’Italia: la carenza di forza lavoro e manodopera. A dirlo, un sondaggio condotto tra 2.500 aziende diffuso ieri dalla banca elvetica Ubs. Solo un quarto delle imprese intervistate afferma di riuscire a colmare senza problemi le posizioni vacanti; un altro 22% riesce a reclutare personale solo scendendo a compromessi sul livello di qualificazione richiesto. In oltre la metà dei casi le aziende lamentano difficoltà o l’impossibilità di occupare i posti.
E anche le differenze tra i profili artigianali (apprendistato professionale), accademici o dirigenziali sono minime. Il reclutamento risulta più semplice solo per i profili che non richiedono particolari qualificazioni. In questo caso il 40% delle aziende afferma di riuscire a trovare personale senza problemi: solo il 30% ha difficoltà o non è in grado di occupare i posti vacanti.
A livello settoriale, la scarsità di lavoratori rappresenta un problema in tutti i rami. La carenza maggiore viene però avvertita nell’edilizia e nella ristorazione. Solo nel comparto della cultura il problema è meno diffuso.
Unicamente una piccola e media impresa (PMI) intervistata su tre ritiene di non essere interessata dagli effetti della carenza di forza lavoro; tra le grandi società la quota scende ulteriormente, al 4%. La grande maggioranza di aziende che subiscono gli effetti della carenza di forza lavoro parla di sovraccarico dei collaboratori quale conseguenza della situazione, indipendentemente dalle dimensioni delle ditte e del ramo d’attività.
Secondo gli esperti di UBS i risultati del sondaggio rappresentano un campanello d’allarme: se la penuria di manodopera continuasse il sovraccarico di lavoro per i dipendenti attuali potrebbe avere costi pesanti, sia per lo stesso personale che per le imprese, ma anche per l’intera economia svizzera.
Non bast: le aziende coinvolte nel sondaggio ritengono che la carenza di forza lavoro potrebbe addirittura aggravarsi: quasi il 40% delle PMI si aspetta un peggioramento del problema nei prossimi 5-10 anni, mentre solo il 16% crede in una sua parziale soluzione. Tra le grandi aziende è addirittura il 53% a temere un peggioramento.
Il settore della cultura (20%) e quello della comunicazione (29%) sono quelli relativamente meno preoccupati per la difficoltà di reclutamento futuro. Questo secondo UBS può essere riconducibile al fatto che entrambi i comparti hanno dovuto affrontare sfide strutturali negli ultimi anni o hanno sofferto gli effetti della pandemia e hanno pertanto richiesto un minor numero di collaboratori.
Le aziende che adottano misure contro l’inasprirsi della situazione tendono principalmente a migliorare lo sfruttamento del potenziale dei propri collaboratori. Quasi la metà vuole trattenere più a lungo gli impiegati più anziani e il 37% intende offrire ai lavoratori a tempo parziale incentivi per aumentare il loro grado di occupazione.
Molte ditte puntano a incrementare l’attrattiva dell’impresa, per attirare i lavoratori potenziali e mantenere quelli attuali. Meno successo riscuotono soluzioni come la limitazione dell’offerta di prodotti o servizi e un maggiore impiego di digitalizzazione o robotica per ridurre il carico di lavoro sul personale.
Corsa ai frontalieri, dunque? In realtà no: nelle risposte al sondaggio, infatti, raramente è stata menzionata la possibilità di ricorrere maggiormente a potenziale straniero (15%). Questo stando agli specialisti di UBS stupisce, visto che negli ultimi due decenni il reclutamento all’estero ha giocato un ruolo dominante nel mercato del lavoro elvetico. Una delocalizzazione verso regioni con migliore offerta di forza lavoro è una soluzione presa in considerazione solo dal 6% delle aziende intervistate. Su questi punti esistono comunque notevoli differenze tra grandi imprese e PMI.