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18 birre alla prova: ecco cosa hanno rivelato le analisi su PFAS e pesticidi

Il Salvagente ha testato 18 birre bionde tra le più vendute in Italia: ecco i risultati su pesticidi, PFAS, contaminanti e qualità all’assaggio

Birre bionde, pesticidi e PFAS: parte da qui il test pubblicato dal mensile il Salvagente, che ha analizzato in laboratorio 18 tra i marchi più venduti in Italia per capire cosa finisca davvero nel bicchiere, oltre ad acqua, malto d’orzo e luppolo.

Il risultato è un quadro con luci e ombre. Da un lato, alcune birre mostrano livelli di contaminanti molto bassi; dall’altro, la degustazione alla cieca evidenzia come molte etichette industriali tendano ad assomigliarsi, con profili aromatici poco distintivi e spesso omologati.

Birre nel mirino del laboratorio: 18 etichette, pesticidi e 60 Pfas passati al setaccio

Il test ha riguardato 18 birre bionde molto diffuse nella grande distribuzione: Forst, Moretti, Ceres, Peroni, Dreher, Heineken, Bud, Tuborg, Menabrea, Beck’s, Best Bräu, Nastro Azzurro, Raffo, Corona, Ichnusa, Messina, Poretti 4 Luppoli e Finkbräu.

I campioni sono stati mandati in laboratorio per cercare residui di pesticidi e circa 60 sostanze perfluoroalchiliche, i cosiddetti Pfas, da tempo osservati speciali anche nel mondo degli alimenti e delle bevande.

Il perché è abbastanza chiaro. In Italia il consumo medio è di circa 36 litri di birra a testa all’anno, per oltre 21 milioni di ettolitri complessivi, e la birra resta la seconda bevanda alcolica più amata dopo il vino. Ecco perché, osserva la rivista, ha senso controllare non solo quello che finisce in etichetta, ma anche eventuali contaminazioni ambientali o agricole che possono arrivare fino alla bottiglia.

Residui in bottiglia, quadro tranquillo: tracce minime e due casi da tenere d’occhio

Sul fronte dei pesticidi, il test consegna un quadro nel complesso rassicurante, almeno per le quantità trovate. In 17 campioni su 18 sono emerse tracce, mentre solo Ichnusa è risultata senza residui rilevabili. In ogni caso, precisa il Salvagente, nessuna sostanza ha superato 0,01 milligrammi per chilogrammo: livelli che permettono di parlare di presenza in tracce minime, ben lontane dai limiti di legge.

I casi indicati come più sensibili sono due. Il primo riguarda il Boscalid, trovato nella birra Messina. Il secondo lo Spirotetramat, rilevato nella Tuborg. Parliamo comunque di quantità molto basse, ma sono sostanze che richiamano attenzione: il Boscalid viene indicato come pesticida sospettato di effetti tossici sull’uomo, mentre lo Spirotetramat è un insetticida che l’Unione europea ha vietato nell’autunno del 2025 perché sospettato di danneggiare fertilità e sviluppo fetale. Nonostante questo, in Italia per alcune colture ne è stato autorizzato l’uso in deroga fino al 29 luglio 2026.

Nel complesso, però, la fotografia è diversa da quella emersa in altri test su vino, acqua minerale, succhi di frutta e soft drink. Qui, scrive la rivista, le birre industriali analizzate risultano mediamente più pulite. Il tema resta, ma per questa indagine pesa meno.

Il nodo Tfa c’è, ma resta basso: presente in tutte le birre e sotto il futuro limite dell’acqua potabile

Più delicato il capitolo Pfas. Tra le circa sessanta sostanze cercate, nei campioni è spuntato solo il Tfa, cioè l’acido trifluoroacetico, presente in tutte e 18 le birre. Non sono invece emersi altri Pfas nelle quantità segnalate dal report. È un dettaglio tecnico, ma importante: il Tfa è un metabolita persistente, difficile da degradare e sempre più diffuso nelle acque superficiali, sotterranee e potabili.

analisi birre bionde

Negli ultimi anni l’attenzione delle autorità sanitarie su questa sostanza è salita. A giugno, ricorda il Salvagente, l’Echa, l’Agenzia europea per le sostanze chimiche, ha inserito il Tfa tra le sostanze tossiche per la riproduzione. In Italia, per le acque potabili, è previsto un valore di riferimento di 10mila nanogrammi per litro, che scatterà dal 12 gennaio 2027.

Nelle birre analizzate, però, i livelli trovati restano nell’ordine delle centinaia di ng/l. Tradotto: decine di volte sotto quel futuro limite. La presenza del Tfa c’è, e il test lo conferma, ma in quantità contenute.

Assaggio alla cieca, qui cambia tutto: birre promosse sulla sicurezza, meno sul carattere

Se sul piano della sicurezza il laboratorio promuove quasi tutte le etichette, il discorso cambia quando entra in scena il gustoIl Salvagente ha affiancato alle analisi un panel test blind, con campioni anonimizzati e serviti a 2-3 minuti dall’uscita dal frigorifero. A giudicarli sono stati tre esperti dell’Unione degustatori birre: Mauro Pellegrini, Francesco Cassone e Alessio Lisotti, tutti sommelier certificati.

Gli assaggiatori hanno valutato olfatto, aspetto visivo, componente gustativa e mouthfeel, cioè la sensazione tattile che la birra lascia in bocca durante e dopo il sorso. Ed è proprio qui che, secondo la rivista, emerge il limite più evidente delle birre industriali: prodotti pensati per piacere a un pubblico molto largo e quindi spesso più semplici, più lineari, a volte persino ripetitivi. Non birre sgradevoli, in sostanza, ma poco profonde.

La conclusione del test sta tutta qui: le 18 marche più popolari esaminate risultano in gran parte sicure sul fronte dei contaminanti, con pesticidi in quantità minime e Tfa molto basso. Ma quando si cerca personalità nel bicchiere, il risultato non sempre convince. E in uno scaffale pieno di etichette che si somigliano, alla fine è proprio il profilo aromatico — più ancora della chimica — a segnare la differenza che il consumatore percepisce di più.

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