Con una nuova circolare, l’Inps aumenta l’indennità del congedo straordinario fino a 57.837 euro: niente da fare per ferie e Tredicesima
Chi valuta di richiedere il congedo straordinario previsto dalla Legge 104 per assistere un familiare con disabilità grave nel 2026 si trova spesso a considerare un aspetto specifico: l’impatto economico della misura.
Sebbene l’indennità riconosciuta durante il periodo di assenza sia generalmente vicina alla retribuzione ordinaria, alcuni elementi della busta paga non vengono maturati o risultano ridotti. Tra questi rientrano ferie, tredicesima mensilità e trattamento di fine rapporto (TFR).
Con i nuovi massimali Inps previsti per il 2026, la misura garantisce una tutela del reddito, ma non copre integralmente tutte le componenti della retribuzione.
I nuovi tetti Inps 2026: indennità fino a 57.837 euro e cosa succede oltre i massimali
Il riferimento da tenere presente è la circolare Inps n. 6 del 30 gennaio 2026, che aggiorna gli importi del congedo straordinario previsto dall’articolo 42, comma 5, del d.lgs. 151/2001. Per il 2026 il tetto annuo complessivo è fissato a 57.837 euro. Dentro questo limite rientrano però due quote distinte: da un lato l’indennità economica riconosciuta al lavoratore, che arriva a circa 43.380 euro l’anno. Dall’altro la parte legata alla contribuzione figurativa, pari a circa 14.460 euro, utile a evitare vuoti sul piano pensionistico durante l’assenza.
Il punto, per chi lavora, è semplice: fino a quel limite la copertura c’è, oltre no. E quindi chi ha una retribuzione medio-alta o alta può ritrovarsi con una parte di stipendio che non viene recuperata. È il passaggio che spesso sfugge quando si dice che il congedo è pagato “al 100%”. In realtà lo è solo entro i limiti fissati dall’Inps e solo per le voci che la norma considera indennizzabili. Per chi ha uno stipendio lineare, senza troppe componenti extra, l’effetto può essere contenuto. Per chi invece supera i massimali o prende una retribuzione più ricca di indennità, la differenza si vede di più.
C’è poi un altro aspetto da non perdere di vista: il massimale non è una somma in più, ma il perimetro dentro cui si muove tutta la tutela economica annuale. Per questo, prima di fare domanda, conviene guardare bene non solo la retribuzione lorda annua, ma anche com’è fatta la busta paga. È lì che si capisce se l’indennità resterà davvero vicina allo stipendio abituale oppure se il distacco sarà più netto del previsto.
Come si calcola l’assegno durante il congedo: stipendio base tutelato, esclusi straordinari, premi e indennità
Il congedo straordinario dà diritto a un’indennità calcolata sull’ultima retribuzione percepita, ma non prende dentro tutto quello che compare normalmente nel cedolino. L’INPS considera infatti le voci fisse e continuative, cioè lo stipendio base e gli elementi stabili della retribuzione. Restano fuori, invece, tutte le somme legate alla presenza effettiva sul lavoro o a condizioni che cambiano di mese in mese.

In concreto, durante il congedo non rientrano nel calcolo voci come straordinari, premi di risultato o di produzione, indennità di trasferta, maggiorazioni per turni notturni o festivi e, più in generale, tutte quelle somme collegate a rendimento, obiettivi o presenza.
È qui che molti si accorgono della differenza tra stipendio quasi pieno e stipendio davvero identico a prima. Chi lavora su turni, chi fa trasferte, chi ogni mese conta su una parte variabile per far quadrare i conti in casa, può vederlo subito. Il cedolino arriva, ma l’importo non è quello abituale. E il motivo è semplice: le componenti accessorie spariscono.
La tutela, insomma, c’è ed è concreta, ma non replica per intero la retribuzione ordinaria. Serve a permettere l’assenza dal lavoro per assistere un familiare, non a conservare ogni singola voce dello stipendio. Per qualcuno il taglio pesa poco. Per altri, soprattutto nei settori dove il salario si costruisce mese dopo mese con turni, premi e maggiorazioni, pesa eccome.
Le rinunce economiche meno visibili: niente maturazione di ferie, mensilità aggiuntive, TFR e limite massimo di due anni
La parte più pesante del congedo straordinario 104, spesso, non è quella che si nota subito. La busta paga continua ad arrivare, anche se ridotta. Il conto vero, però, emerge col passare dei mesi. Durante il congedo, infatti, non maturano ferie né permessi retribuiti. Si ferma anche la maturazione della tredicesima e dell’eventuale quattordicesima: a fine anno saranno pagate in misura più bassa, perché si calcolano solo sui mesi utili. Lo stesso discorso vale per il TFR, dato che il periodo di congedo straordinario non entra nel relativo conteggio.
È questo il punto che cambia la prospettiva: il congedo non incide soltanto sul presente, ma lascia una serie di effetti che si vedono dopo. Magari all’inizio non ci si fa caso. Poi però, mese dopo mese, i dodicesimi persi della tredicesima si sommano, la quota di TFR non cresce e il peso economico diventa meno teorico. Per molte famiglie è una scelta inevitabile. Ma resta comunque una rinuncia.
C’è poi il capitolo del limite massimo di due anni, che resta fermo e vale su due fronti. Il primo riguarda il lavoratore: nell’arco della vita lavorativa non si possono superare 24 mesi complessivi di congedo straordinario, anche se in momenti diversi si assiste più di un familiare.
Il secondo riguarda la persona con disabilità assistita: per lo stesso soggetto non possono essere riconosciuti più di due anni totali, anche se a usarli sono familiari diversi uno dopo l’altro. Se, per esempio, un familiare ha già fruito di un anno di congedo, chi subentra potrà utilizzare solo l’anno che resta.
Alla fine, il congedo straordinario Legge 104 si conferma uno strumento decisivo. Per molte famiglie, spesso, è l’unica strada possibile. Proprio per questo conviene guardarlo per quello che è: una tutela concreta, sì, ma accompagnata da tagli meno visibili che è meglio mettere in conto prima di presentare la domanda.