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Fanetti post scoppola: “Sembrava dicessimo che chi non vota Pd è cretino. Basta spocchia, gare tra mariti e mogli, incrostazionI”

“Basta spocchia”. Inevitabile fare anche il titolo su una frase che, da sola, sintetizza gran parte dell’analisi del dopo-elezioni dell’esponente Pd in consiglio comunale a Como, Stefano Fanetti. Intervista ben più lunga, ovvio, ma che ha in quelle due parole la spina dorsale.

“A Roma andiamo all’opposizione – dice Fanetti – a Como lo siamo già. Non potrà che farci bene, per certi aspetti. È il momento per mettere fine al governismo del Pd e probabilmente per cambiare registro su molte cose”.

Ne dica qualcuna.

“Beh, se penso alle Politiche e alla campagna elettorale, penso che io stesso non ho avuto un’idea chiara del messaggio che abbiamo dato alla gente. Abbiamo parlato di allarme democratico, di rischio fascismo, della misteriosa agenda Draghi, di Europa, di responsabilità. Ma di temi che toccano la gente quasi mai, dalle tasse al cuneo fiscale, dal lavoro alle misure per le fasce più deboli. In più, spesso, sembrava quasi che dicessimo: devi votare Pd, altrimenti sei un cretino, senza altre motivazioni. E su questo approccio, che trasmette un senso di spocchia, siamo stati puniti”.

Piccolo inciso, con Giorgia Meloni presidente del Consiglio lei vede un pericolo per la democrazia?

Sinceramente no, abbiamo una Costituzione e un Presidente della Repubblica che danno molte garanzie in questo senso. Certo, dubito che sui temi dei diritti civili con questo governo si possano fare grandi passi avanti, spero almeno che non se ne facciano indietro. Ma ora prendo nota dei toni molto responsabili che si sentono dal centrodestra, sperando che non finisca come a Como, dove Rapinese aveva assunto lo stesso atteggiamento e poi si vede come sta andando”.

Torniamo alle due elezioni recenti. Partiamo dalle comunali a Como del giugno scorso. Errori?

Alla fine il dato del Pd in sé, con il 20%, è stato anche soddisfacente, così come il 40% della coalizione. Un errore probabilmente è stato puntare molto sulla sfida con il candidato del centrodestra, Giordano Molteni, e meno su quella con Alessandro Rapinese. Una strategia diversa forse avrebbe pagato di più, poi però se tutta la destra vota il candidato civico è chiaro che è difficile vincere.

Poi sono arrivate le Politiche, con il deludentissimo 19% nazionale.

Qui l’errore principale è stato l’isolamento, probabilmente. Con questa legge elettorale che quasi ti costringe ad allearti, puntare solo sul patto con Verdi-Sinistra è stato troppo poco. Capisco che trovare un’intesa con i Cinque Stelle fosse difficilissimo per come è caduto il Governo Draghi, ma con Calenda, che ha un’anima riformista che nel Pd sicuramente esiste, credo si potesse e si dovesse fare di più. Alla fine, se scegli solo Di Maio non aggiungi nulla e fai solo arrabbiare i tuoi elettori.

Ora, dopo l’annuncio del segretario Enrico Letta di non volersi ricandidare al congresso nazionale di marzo, è già partita la corsa alla successione.

Passare di segretario in segretario non risolve i problemi del Pd, lo abbiamo già visto. Già prima del voto, sapendo che non avremmo vinto, sarebbe stato opportuno capitalizzare almeno il consenso con un rinnovamento profondo delle liste, dei nomi, delle facce. Non è accaduto, si è assistito a una corsa all’investitura o a una gara tra mogli e mariti (riferimento alla candidatura della “coppia Franceschini”, ndr) trascurando molto il livello locale. Eppure il caso di Anna Veronelli, che ha aiutato molto il risultato della lista di Calenda a Como, insegna: devi puntare sul livello locale. Bisognerebbe prendere spunto dal Milan: finita la stagione dei campioni, cambi, ti rinnovi, magari soffri ma ti prepari a vincere di nuovo. E a livello nazionale serve eliminare certe incrostazioni, altrimenti resteremo balcanizzati tra fazioni.

Un ragionamento che vale anche sul piano locale?

Certo. Nessuna polemica con i livelli del partito, che qui hanno dato tutto e con impegno. Ma anche a Como devono maturare persone nuove sennò quando uno si accosta al partito ci sono sempre le stesse persone ad aprire la porta. Va bene, servono le figure storiche e di esperienza, ma a un certo punto puoi far pesare quelle qualità in ruolo diversi, senza candidarti o senza assumere ruoli di partito.

Chiudiamo con Como, Palazzo Cernezzi. Primo bilancio dopo tre mesi di Giunta Rapinese?

La città è ancora in luna di miele, è innegabile. Noi abbiamo fatto battaglie puntuali, alcune molto mirate, ora però dobbiamo alzare la testa e avanzare le nostre idee e le nostre proposte altrimenti finiremo per impantanarci in uno scontro continuo su un terreno polemico in cui Rapinese è a suo agio. Non solo critiche, anche per vedere nei fatti se l’annunciata disponibilità di Rapinese alla collaborazione con le opposizioni è realtà o solo uno slogan. Qui come a Roma: attaccare e basta, che si tratti di Giorgia Meloni o del sindaco, non basta. Anzi, può essere dannoso. Le elezioni lo hanno certificato.

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