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La Lega senza volti e voti, l’egoismo di FdI, l’addio di Forza Italia dopo 28 anni: il centrodestra a Como è esploso

Il centrodestra a Como (ma non soltanto a Como, visto l’esito generale delle comunali della scorsa settimana con i clamorosi casi specifici di Monza e Verona) sta esplodendo. E forse è una fortuna prima di tutto per lo stesso centrodestra, ora quasi costretto ad avviare una ricostruzione seria. In ordine di tempo, ieri sera dal territorio è arrivata la deflagrazione politica nella maggioranza canturina, con Fratelli d’Italia che ha abbandonato l’alleanza in aula attraverso parole durissime verso il sindaco salviniano Alice Galbiati (e dunque anche verso la stessa Lega).

Poche ore prima, sul piano regionale, era giunta la dichiarazione del presidente Attilio Fontana per la sua ricandidatura alla guida di Palazzo Lombardia sulla cui strada però, almeno per ora, l’avversario più temibile è paradossalmente la vice Letizia Moratti (mentre intanto, all’altro capo dell’Italia, in Sicilia è in corso una guerra fratricida tra FdI da un lato e Lega-Forza Italia dall’altro, sempre per la scelta del candidato). E poi, ovviamente, impossibile non citare il naufragio di Como, con la coalizione esclusa addirittura dal ballottaggio (sebbene per soli 103 voti) a vantaggio del centrosinistra e soprattutto del trionfante candidato civico Alessandro Rapinese. Insomma, i segnali di un asse politico in crisi, se non già incrinato in maniera irrimediabile nell’anno che precede anche le Politiche, sono evidentissimi e toccabili con mano. Concentriamoci su Como.

LEGA

Il partito che più di tutti sembra soffrire una crisi pesantissima di uomini, idee e voti è sicuramente la Lega (data peraltro dal sondaggio nazionale del Tg La7 di lunedì scorso a un bassissimo 14,7%). A Como – città invero mai tenerissima nei confronti del partito di Salvini – è appena andata anche molto peggio: le comunali hanno stampato una cifra finale pari al 6.6%. Un minimo storico che condanna il partito a un solo rappresentante in consiglio comunale (l’attuale assessore regionale Alessandra Locatelli) e a una forza pari alla metà di Fratelli d’italia, a un terzo del Pd e a un quarto della lista di Rapinese. Straordinaria, in questo senso, l’assoluta e per certi versi incredibile assenza di qualsivoglia autocritica da parte dei vertici locali del partito salviniano, dove gli unici abbozzi di analisi hanno confinato la debacle nel “voto di protesta” che avrebbe premiato il candidato civico. Stop.

Troppo poco per un partito che – comunque la si pensi – ha segnato la storia della città (e la storia di governo nello specifico) e ha assunto su di se molta parte del peso della giunta uscente, sostenuta (a partire dal sindaco Mario Landriscina) fino alla fine e a un certo punto sfidando persino i dati di realtà. Come si è arrivati a questo punto? Non servono grandi analisi, basta guardare i voti presi dai candidati in lista: Locatelli, il volto di gran lunga più noto e attivo del partito in città, ha raccolto 157 preferenze. L’ex assessore Elena Negretti (in realtà candidata come indipendente) 156, la collega alle Politiche Educative Alessandra Bonduri 141 e il nome in quota Alessandro Fermi, Giuseppe Cangialosi, 130. Poi, il deserto assoluto, se si pensa che un (peraltro buon) assessore al Bilancio e vicesindaco come Adriano Caldara si è fermato a 62, un deputato celebre come Claudio Borghi a 77, il capogruppo Gianpiero Ajani addirittura a 27 e il gruppo dei consiglieri è oscillato tra 24 e 45. Numeri impietosi.

Vero è che in tutte le liste si è fatta una fatica terrificante a raccogliere preferenze sui singoli nomi (è stato un tracollo generale) ma in questo caso si manifesta un legame del tutto impalpabile tra i rappresentanti della Lega nelle istituzioni e il territorio, che pure è parola-bandiera nel mondo salviniano. Cinque anni di governo del capoluogo si sono evidentemente risolti in due fasi: una coincidente con il momento d’oro del leader Matteo Salvini che faceva da traino quasi a prescindere rispetto a ciò che effettivamente avveniva a Palazzo Cernezzi, nelle vie e nelle piazze; e poi quello attuale dove, svanito in larghissima parte il consenso politico nazionale su simbolo e leader, è venuta alla ribalta la debolezza strutturale della Lega tra i cittadini del capoluogo in carne e ossa. Colpa, forse, anche della oggettiva inconsistenza della pattuglia in aula, di cui – salvo alcune battaglie di bandiera su sicurezza, ordine e migranti – non si ricorda una sola proposta o elaborazione politica di carattere generale.

FRATELLI D’ITALIA

Passando a Fratelli d’Italia, il discorso cambia ma su un piano opposto. La lista ha colto tutto sommato un eccellente risultato, triplicando la percentuale del 2017 e arrivando a superare quota 12% (ironia della sorte, qualcuno a mezza voce ha persino parlato di una lista troppo competitiva al suo interno). Ma al netto di questo dato, pur certamente positivo, nella scorsa campagna elettorale per troppo tempo FdI ha dato la sensazione di compiere una sorta di gara a sé nel centrodestra, partito forse quasi più interessato alla propria “performance” che non al risultato finale di coalizione (gli eventi congiunti con gli alleati sono forse stati massimo un paio). L’impegno straripante messo dal partito di Giorgia Meloni nel sostenere il candidato sindaco scelto proprio da loro, Giordano Molteni, è rimasto isolato o forse si è volutamente autoisolato rispetto ai formali compagni di viaggio (Lega e Forza Italia), a loro volta per larghi tratti della partita apparsi quasi disimpegnati o comunque impegnati controvoglia (elemento che ad ogni modo non può che accrescere i rimpianti di tutti, se si pensa ai soli 103 voti che hanno escluso il centrodestra dal ballottaggio).

Già detto che – per quanto poi sottoscritta da tutti tra Roma e Milano – l’idea di calare tardi in una campagna elettorale che si preannunciava già ricca di insidie e pericoli un aspirante primo cittadino che, pur conoscendo la città, nemmeno vi risiedeva e aveva necessariamente bisogno di un’immersione nella realtà specifica del capoluogo e di Palazzo Cernezzi ben più lunga, si comprende come sia potuto arrivare l’esito complessivo che si conosce. E se la scelta dell’alfiere è stata marchiata da FdI, è inevitabilmente FdI a doversene assumere il peso in quota parte maggiore rispetto agli altri. A condire il tutto, cioè una coalizione esistente molto sulla carta e assai poco in cuori e accordi, le polemiche devastanti soprattutto tra FdI e Lega già nelle ore subito seguenti il primo turno, segno che il centrodestra conosciuto fino al 12 giugno scorso probabilmente è già archiviato in massima parte.

FORZA ITALIA

Infine, Forza Italia (che in realtà si è presentata sotto la sigla “Como con Molteni Sindaco”, forse il momento più alto di sostegno al candidato). Che dire, l’8.54% è tutto sommato un ottimo risultato, almeno in relazione ai molti spifferi che prima del voto davano un possibile crollo definitivo della galassia berlusconiana in città. L’assenza assoluta dalla campagna, come già accennato, è stata clamorosa, però esiste evidentemente un po’ a prescindere un’area moderata del centrodestra comasco che continua a premiare questa proposta, sebbene in calando. La lista però non porta a Palazzo Cernezzi alcun esponente vero e proprio di Forza Italia: in aula siederà soltanto Alessandro Falanga, coordinatore provinciale di Noi con l’Italia, sigla che può davvero leccarsi i baffi per questo esito. Nonostante tutto – e nonostante non sia uscita con le ossa rotte dalla competizione – la creatura vera e propria di Silvio Berlusconi sparisce dalla sala consiliare a 28 anni dal suo trionfale ingresso nel 1994 con Alberto Botta. Un segno dei tempi, a dispetto di un risultato tutt’altro che disprezzabile (ma anche di rapporti al confine con l’inesistente con gli “alleati”). Anche qui, insomma, il futuro è un’incognita esattamente come quello di tutto il centrodestra. Eppure il moderatismo insito in una parte storica dell’anima comasca, potrebbe rendere la ricostruzione o l’arresto della caduta meno impossibile (e meno suscettibile di oscillazioni legate a leader nazionali come Salvini) di quanto non appaia.

Che poi le eventuali ricette messe in campo nei prossimi mesi da ognuno di questi attori possano produrre nuovamente un centrodestra vincente come quello conosciuto a Como e provincia nel passato, questo è ovviamente tutto un altro discorso. Dove, peraltro, ciò che accadrà tra Roma e Milano, con Politiche e Regionali in programma tra un anno, sarà probabilmente persino più importante di mosse e contromosse a livello locale. E Alessandro Rapinese, neosindaco antipartitico del capoluogo, avrà di che compiacersene.

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