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Punti di vista

“Como, in 4 anni di opposizione nessun leader e assurde riunioni ristrette. Il centrosinistra faccia le primarie”

Nei giorni scorsi abbiamo registrato alcuni (timidi) passi sia nell’area del centrodestra sia in quella del centrosinistra sul fronte delle prossime elezioni comunali a Como. In particolare, a tenere banco è – su entrambi i versanti – la scelta dei rispettivi candidati sindaco. E proprio in questo solco si inserisce la riflessione di Luca Michelini, comasco, diretto conoscitore dello scenario politico locale e professore di Storia del pensiero economico all’Università di Pisa. Di seguito, il suo contributo che – per quanto concerne il centrosinistra, decisamente sferzato – punta dritto alle primarie (come sempre per interventi, lettere e repliche scrivere a redazionecomozero@gmail.com).

Progressisti comaschi cercasi

di Luca Michelini

Seguo con interesse la cronaca politica di ComoZero, che tenta di scorgere, nel susseguirsi di riunioni ristrette o ristrettissime del Partito Democratico e dei suoi alleati cittadini, i contorni di una candidatura credibile, capace di opporsi tanto a Rapinese quanto alla destra, anch’essa in evidente affanno.

Suscitando la forte irritazione dell’establishment del PD, e in particolare di Lorenzo Spallino, qualche tempo fa sottolineai come, ancora oggi, non esista un leader del centrosinistra comasco. In altre parole, quattro anni di opposizione non sono stati utilizzati per far crescere un gruppo di persone, e con esso una o un leader, capace di diventare, grazie al lavoro svolto, un punto di riferimento politico alternativo. Insisto: grazie al lavoro svolto.

Del resto, non ci si è neppure interrogati seriamente su quale tipo di lavoro avrebbe dovuto svolgere un gruppo intenzionato a costruire una leadership. Osservando il modo di agire dei partiti cittadini, si può affermare, senza troppo timore di sbagliare, che manchino le basi di qualsiasi organizzazione che non si fondi sui rapporti personali o che non faccia riferimento, in un modo o nell’altro, alla vasta e multiforme rete della Chiesa cattolica.

Alla fine, probabilmente, accadrà quanto è già accaduto nelle scorse elezioni: una volta individuato il candidato o la candidata alla carica di sindaco, si chiameranno “esperti” o aziende di marketing politico per coordinare la campagna elettorale e tentare di vincere. Sarà, ancora una volta, un terno al lotto.

Nel frattempo, la cosiddetta opinione pubblica cittadina, vale a dire innanzitutto i giornali locali, si sta già ampiamente posizionando: serra i ranghi, avvicenda il personale dirigente e riduce le collaborazioni, nel tentativo di individuare una “linea politica”. Un compito, tuttavia, tutt’altro che semplice. Al momento, le uniche due linee politiche chiaramente riconoscibili, ancora indecise, soprattutto una delle due, se intrecciarsi oppure no, sono quelle di Rapinese e del Como 1907, che sta lentamente estendendo la propria impressionante rete territoriale.
In questa situazione di innegabile difficoltà, al centrosinistra rimane, a mio giudizio, una sola via d’uscita: organizzare primarie di coalizione, aperte, naturalmente, a tutte le persone che intendano candidarsi nell’area del centrosinistra.

Il motivo è molto semplice: le primarie potrebbero rappresentare l’occasione per iniziare a costruire una leadership e una squadra di governo. Consumando le suole delle scarpe e studiando i dossier cittadini. Uscendo, cioè, dalle segrete stanze delle assurde riunioni ristrette, per confrontarsi pubblicamente con la città e con i suoi problemi. In fondo, proprio questa fu una delle chiavi dell’affermazione della giunta Lucini.

Naturalmente, le primarie dovrebbero essere concepite in modo diverso rispetto ad allora. Almeno questa è la mia opinione. In quella stagione prevalse l’intento di smorzare a tutti i costi la dialettica interna alla coalizione, con il risultato che l’azione di governo finì per impantanarsi, ancora una volta, nelle segrete stanze di compromessi difficilmente comprensibili alla cittadinanza.

Avere, invece, programmi e personalità chiaramente distinti, capaci di confrontarsi in modo aperto e schietto sui problemi della città e di prospettare soluzioni anche differenti, permetterebbe di giungere a un vero patto di governo. Un patto relativo sia al metodo con cui costruire l’azione politica, sia ai contenuti programmatici da realizzare.
Si potrebbe prevedere, per esempio, una chiara divisione dei compiti e degli obiettivi politici, che consenta alle diverse anime della coalizione di mantenere una propria identità, di difenderla pubblicamente e di chiamare a raccolta i rispettivi elettori.

Il rischio maggiore che corre la coalizione è infatti quello di perdere, in un amalgama indistinto, una parte consistente degli elettori dei singoli partiti, nazionali o cittadini. Le primarie potrebbero inoltre lasciare spazio a candidature del tutto estranee agli apparati partitici e forse capaci, proprio per questa ragione, di riportare al voto una parte dell’elettorato astensionista o molti di quei giovani che faticano a riconoscersi nei partiti attuali, ma che si sono rivelati fondamentali nelle recenti tornate referendarie.

Temo, tuttavia, che il principale ostacolo alle primarie consista nel fatto che, al momento, si vedano ben poche idee realmente riformatrici, soprattutto da parte dei partiti più organizzati.
Particolare preoccupazione desta il Partito Democratico. Mi spiego.

Nella newsletter che ricevo dall’onorevole Chiara Braga leggo parole di entusiasmo per la vittoria dei democratici statunitensi, entusiasmo che, peraltro, condivido. Significativo è il commento che ne viene offerto:

«È la dimostrazione che c’è un’altra politica possibile: quella che ascolta i problemi reali delle persone, che offre soluzioni concrete e di buon senso, senza alimentare paure e divisioni. Soluzioni che non hanno bisogno di essere definite socialiste per essere giuste: salari dignitosi, servizi pubblici, sicurezza sociale, pace e un futuro migliore per i propri figli».

Molto semplicemente, andrebbe ricordato all’onorevole Braga che, contrariamente a quanto potrebbe lasciare intendere questo ragionamento, in Italia quelle conquiste furono precisamente il risultato delle lotte del movimento socialista, in tutte le sue componenti, comprese quelle che parteciparono alla Costituente. La cultura socialista permeò profondamente tutte le culture politiche del Novecento italiano, compresa una parte della destra, quella destra sociale oggi sostanzialmente scomparsa.

Mentre il direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, osserva in televisione che l’attuale movimento democratico americano non propone, in fondo, nulla di diverso da quanto il movimento socialista ha storicamente sostenuto e, in parte, realizzato in Italia e in Europa, il Partito Democratico italiano continua a esitare di fronte a due riconoscimenti essenziali: la matrice socialista di una parte fondamentale della nostra civiltà politica e sociale e gli errori commessi dallo stesso PD quando ha abbandonato quella tradizione.
La timidezza dell’onorevole Braga fa il paio con lo sconcerto manifestato dal presidente Romano Prodi nel commentare il carattere socialista del Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, apertamente attaccato, non molto tempo fa, dalla Presidenza del Consiglio.

Naturalmente, non sono in gioco semplici questioni filologiche o storiografiche. È in gioco l’identità stessa del fronte progressista. Non ci si può nascondere, infatti, che per lungo tempo l’arcipelago politico poi confluito nel PD sia stato tra i protagonisti dell’attacco sistematico al mondo del lavoro, ai servizi pubblici e alla politica di pace. La stagione del neoliberismo ha avuto proprio nel Partito Democratico, compresa la sua componente ex comunista, uno dei suoi protagonisti indiscussi.

Se il PD non imprimerà una svolta profonda alla propria visione del mondo e, conseguentemente, alle proprie proposte di politica economica e internazionale, che al momento, peraltro, non mi sembrano affatto chiare, il campo progressista non potrà proporre alcun modello realmente alternativo a quello oggi prevalente, sostenuto da Fratelli d’Italia e dai suoi alleati: tagli alla scuola pubblica, tagli alla sanità e incremento delle spese militari.

È di pochi giorni fa la notizia secondo cui, a Como, più della metà degli oltre novemila studenti cittadini sarebbe “straniera”. I progressisti avranno finalmente il coraggio e la coerenza di proporre una modifica della legge sulla cittadinanza?

È sui temi concreti che si misurano il progresso e la reazione, non sulle astruse alchimie politiche, incapaci di incidere su una realtà sempre più conflittuale e troppo spesso ridotte a occasioni di arrivismo personale.

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