Numeri o, nel migliore dei casi, neutri “alunni”: questo è il modo in cui, ormai da decenni, gli studenti italiani vengono considerati dai propri istituti. La scuola dovrebbe essere il luogo dove un ragazzo impara a crescere, a relazionarsi con gli altri, a scoprire il mondo che lo circonda. Un posto dove si dovrebbe però anche imparare a sbagliare, ad accettare un fallimento e a ripartire a testa alta. Evidentemente però tutto ciò oggi è diventato un lusso. La scelta del Liceo Giovio di questi giorni ne è la chiara conferma: “Vieni bocciato il primo anno? Non puoi più riscriverti nella nostra scuola. Abbiamo troppe nuove richieste”.
Si può parlare di spazio, di classi pollaio, di regolamento chiaro. Tutto assolutamente legittimo. Ma il messaggio di base è uno solo: a 14/15 anni non puoi sbagliare, hai fallito, hai perso la tua occasione, ora è il turno di qualcun altro. Perché avere una buona istruzione in Italia è un lusso, che non è concesso a tutti. Con alcuni ragazzi che implicitamente si sono sentiti dire, nell’età della crescita (in cui i grandi dovrebbero aiutarti a capire il mondo e come renderlo un posto migliore): “Tu non sei adatto, cerca qualcosa di più semplice”.
Poi è facile puntare il dito e dire: “Se avessero studiato non si sarebbe posto il problema”, confermando per l’ennesima volta come i grandi possano sbagliare, i ragazzi no. Non è un lusso concesso a questa generazione, nemmeno dopo anni di pandemia, dad e notizie non certo rassicuranti da tutto il mondo. Così il problema sono solamente i giovani e non un sistema scolastico che si premura più dello spazio occupato da un alunno o di puntare il dito verso qualcuno più in alto, rispetto che a crescere la generazione del domani.
Certo i regolamenti sono chiari, nessuno parla di illegalità e siamo nel campo delle decisioni legittime (di conseguenza anche legittimamente opinabili). Però c’è un fatto oggettivo, che sta passando purtroppo in secondo piano ed è stata la precisa scelta dell’istituto di non riservare i posti ai ragazzi bocciati, visti quasi come ingranaggi di un sistema scolastico che punta sempre al punteggio più alto, rispetto alla formazione umana e professionale degli studenti.
Quando in una macchina da corsa (in cui conta la prestazione del veicolo e non il benessere del pilota) un pezzo è difettoso non si cerca di ripararlo, ma lo si sostituisce.