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“Il rischio è una Como bellissima, ordinata, efficiente però svuotata. La città cresce ma per chi?”

Giorni di riflessioni intense da parte dei cittadini soprattutto dopo il reportage su Como del giornale francese Le Monde e l’intervista rilasciata dal presidente del Como Mirwan Suwarso. Si uniscono e dialogano molti temi la città radicalmente cambiata dal turismo e da interessi stranieri sul settore, il futuro dei residenti del centro storico, il nuovo stadio. Così riceviamo e pubblichiamo la riflessione di Margherita Sesti che sottolinea di essere “comasca dal 1993”. Per tutte le riflessioni, contributi e repliche è sempre possibile scrivere a redazionecomozero@gmail.com.

Il punto non è altrove. Il punto è qui.
Qui, in questa città che rischia di diventare una piccola scatola, chiusa, patinata, pensata per il divertimento di pochi.

Da tempo lo diciamo: Como sta cambiando pelle, ma non per tutti. Gli investimenti che arrivano – nel calcio, nelle infrastrutture, nel turismo – non sono neutri. Hanno una direzione precisa. E quella direzione porta verso una città vetrina, una città dei balocchi, sì, ma non per i cittadini: per i ricchi, per chi ha grandi capitali, per chi possiede immobili, B&B, strutture ricettive, per chi vede Como non come una comunità ma come un asset.

Il calcio diventa il grimaldello emotivo. Passione, orgoglio, visibilità internazionale. Ma dietro lo stadio, dietro le operazioni milionarie, c’è una trasformazione urbana che spinge i prezzi, ridefinisce gli spazi, espelle lentamente chi non può permettersi di restare. Non è solo sport: è valore immobiliare, è brand, è marketing territoriale.

Le infrastrutture seguono la stessa logica. Non quelle che servono davvero alla vita quotidiana – casa, servizi, mobilità per chi lavora e vive qui – ma quelle funzionali al turismo di fascia alta, agli eventi, all’immagine. Strade, progetti, riqualificazioni che aumentano il valore degli immobili e rendono la città sempre più appetibile per investitori esterni, sempre meno abitabile per chi c’è sempre stato.

E attenzione: anche se Rapinese dovesse perdere le prossime elezioni, tornare indietro sarà difficilissimo. Perché quando entrano capitali importanti, quando si muovono grandi interessi immobiliari, quando il mercato si orienta in una direzione, non si ferma con un cambio di sindaco. Gli investimenti non hanno memoria politica, hanno solo obiettivi economici.

Il rischio è questo: una Como bellissima, ordinata, efficiente… ma svuotata. Una città dove il centro è un parco tematico, le case sono rendite, i residenti temporanei, e la vita vera si sposta altrove. Una città pensata per chi arriva, non per chi resta.

La domanda allora non è se Como crescerà. La domanda è per chi crescerà. E se non la poniamo adesso, quando ce ne accorgeremo sarà troppo tardi, perché la scatola sarà già chiusa e le chiavi saranno in mano a pochi.

Margherita Sesti, comasca dal 1993

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